Il salotto azzurro

Il sole del Dorset, limpido e quasi sfacciato, filtrava attraverso le vetrate del salotto azzurro, proiettando lame di luce che danzavano tra il pulviscolo dorato e si posavano, con una sorta di riverenza, sulle trame logore dei tappeti. Ashcombe Manor, in quel mezzogiorno del 1812, pareva sospesa in un incantesimo di seta e decadenza.


Ero lì, un’intrusa vestita di futuro e anacronismi, con il fascicolo stretto sotto il braccio come uno scudo e il cuore che batteva al ritmo di una storia ancora in divenire. Lady Evelina, dal trono della sua poltrona damascata — di un azzurro che rubava i riflessi ai cieli del Mediterraneo — mi osservava di sottecchi, mentre le dita esperte infilavano, nel ricamo, le rose con una precisione chirurgica. Per lei, ero solo un’eccentrica signorina dal bonnet incerto e dagli abiti pastello, una creatura distratta con la testa tra le nuvole delle sue stesse congetture.

Intorno a me, le sue figlie cinguettavano come petali dispersi dal vento, ignare che ogni loro respiro fosse tracciato dalla mia penna. Althea mi studiava con quella sua naturale attitudine alla sfida, affascinata da una donna che pareva non temere il giudizio del mondo. Non sapeva, la mia cara Althea, quanto tremasse la mano che l'aveva creata.

Mi guardai intorno, lasciando che lo sguardo accarezzasse le crepe di quella dimora un tempo magnifica. La carta da parati, sbiadita dal tempo, conservava ancora i resti di un’antica grandezza, ma il pianoforte nell’angolo, con i suoi tasti graffiati, pareva il simbolo stesso di un’armonia spezzata. Beatrice, la terzogenita, stava sfidando proprio quelle scordature. Con i capelli scuri e gli occhi che ardevano come brace, eseguiva un repertorio avventuroso, ignorando i tasti mancanti con una grazia battagliera. La sua pelle di magnolia e quel guizzo d'intelligenza che non perdonava nulla la rendevano una bellezza mediterranea intrappolata nel rigore inglese. Le sorrisi nel silenzio del mio cuore: la bella ribelle non immaginava ancora quale tempesta d'amore avessi preparato per lei.

Poi, i miei occhi incontrarono quelli di Cecily, la secondogenita. Bionda, esile, dalle fattezze così eleganti da sembrare modellate nel marmo, appariva come una visione giunta da un altro mondo. In lei leggevo il desiderio di un amore da romanzo e, al contempo, la rassegnata docilità di chi è pronta a lasciarsi guidare dalla volontà materna.

Un’ombra di malinconia mi sfiorò nel pensare a Lord Ashcombe. Sapevo che, nella stanza accanto, il Barone riposava in quel limbo di veglia silenziosa, dove solo una lacrima solitaria, di tanto in tanto, testimoniava la sua presenza nel mondo. Althea aveva ragione a sussurrare a Lavinia — che con i suoi capelli rossi e la sua lente d'ingrandimento cercava di decifrare i segreti della vita — che il loro amato padre non era andato via. Era lì, testimone muto di un universo femminile che stava per essere travolto.

Adagiai la tazza di tè sul tavolino intarsiato, sentendo il profumo del bergamotto mescolarsi all'odore della cera e della lavanda. In quel salotto, dove ogni sorriso era studiato e ogni parola calibrata come una moneta preziosa, stava per fare irruzione l'imprevisto. Il futuro, con i suoi segreti e le sue brucianti pulsioni, era già alla porta.

 

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