Sussurri tra le rose

 Come promesso, ecco a voi il secondo capitolo del racconto, prequel, di "L'onore di una rosa", la serie Regency, "Le figlie di Ashcombe Manor".

Buona lettura!




Capitolo 2

La testa le girava ancora, come se la musica non avesse mai smesso di suonare. Un’eco ostinata le pulsava nelle tempie, accompagnata dal calore che le incendiava le guance. Non era solo colpa del movimento o dell’aria densa della sala da ballo, c’era qualcosa di più profondo, una vibrazione inquietante che le correva sotto la pelle. L’euforia aleggiava tutt’intorno, sospesa tra il profumo di cera lucida, fiori troppo maturi e sudore trattenuto con eleganza. Eppure Evelina non si era mai sentita così viva, così ferocemente lucida, come quella sera.

Il capitano Ainsworth ballava con una naturalezza disarmante. Non imponeva la guida, la suggeriva. Le sue mani accompagnavano, mai stringevano; il passo era sicuro ma attento, come se ascoltasse il ritmo prima ancora di muoversi. E poi c’era la conversazione, la sua conversazione, una scoperta continua. Nessuna frase di circostanza, nessun complimento levigato fino a diventare vuoto. Parlava come chi ha visto il mondo e non sente il bisogno di dimostrarlo. Una boccata d’aria vera, inattesa, capace di strapparla per un istante al mare zuccheroso di buone maniere e regole in cui era stata allevata.

Quando il ballo finì, tornò verso i divanetti con quel fervore ancora addosso e la ferma intenzione di rivederlo. Aveva bisogno di sedersi, di rallentare il battito che le correva nel petto, di bere qualcosa che le lenisse la gola ormai secca.

«Lady Evelina…».

Sollevò il capo con lentezza. Davanti a lei c’era suo cugino. Il volto composto, lo sguardo severo, privo di ogni indulgenza. Non un rimprovero la attendeva, ma una sentenza già formulata. Le tese la mano. Evelina la fissò per un istante, il tempo necessario a valutare il gesto, il contesto, il prezzo che implicava. Poi, con la fronte appena corrugata e un lampo di sfida negli occhi ancora accesi, rispose: «Perdonatemi, cugino, ma sono troppo stanca per affrontare un minuetto».

James, che il mondo conosceva come Lord Sinclair, futuro conte di Westmorland, ritrasse la mano.

L’ombra che gli attraversò il volto si fece più marcata, come se avesse appena ricevuto conferma di un sospetto. «Non mi sorprende, cugina. Considerata l’attenzione che avete riservato a un soggetto decisamente al di sotto delle vostre possibilità».

Evelina si raddrizzò sul divanetto. La schiena dritta, il mento sollevato, lo sguardo saldo. «Vi ricordo che parlate di un capitano dell’esercito, un servitore della patria, un membro dell’illustre famiglia di Sua Grazia».

Per un istante James si irrigidì. Poi un sorriso sottile gli piegò le labbra, affilato come una lama appena estratta. «Un avventuriero. Un cacciatore di fortuna. Un parente di scarsa importanza per Sua Grazia, che non erediterà alcun titolo. E che, soprattutto, non potrà offrire alla moglie la vita che merita una donna del vostro rango».

Evelina ingoiò il disappunto; le graffiò la gola più della limonata bevuta poco prima. Alle spalle di James, Kathrine era apparsa senza far rumore. Gli occhi le brillavano di una luce inquieta, il ventaglio stretto tra le dita come un’ancora inutile. La condanna, a quanto pareva, aveva già compiuto il suo giro. Due balli. Qualche risata appena più sonora. Tanto era bastato perché la famiglia decidesse che certi incoraggiamenti non erano tollerabili.

Con un gesto secco, Evelina richiuse il ventaglio.

La gabbia d’oro tornava a serrarsi intorno a lei. E questa volta non le concedeva nemmeno l’illusione della parola.

Hyde Park si stendeva sotto il tiepido sole di maggio come un arazzo vivo di verde e ghiaia, animato dallo scorrere lento di carrozze lucide e cavalli nervosi. Ogni pomeriggio la società londinese vi confluiva per il rito quasi sacro della passeggiata: una coreografia studiata di decoro, lignaggio e ambizioni appena celate, dove ogni sguardo pesava quanto una dichiarazione.

Edward Ainsworth detestava quei viali affollati. Preferiva l’aperta campagna o, meglio ancora, le giungle del Mysore, dove la sopravvivenza non ammetteva cerimonie e l’artificio delle buone maniere cedeva il passo alla verità del ferro e del sangue. Eppure, quel giorno, aveva scelto di cavalcare il suo stallone scuro lungo Rotten Row, l’arteria principale di quella sfilata ordinata. Una decisione che non aveva nulla di casuale.

Non era solo.

«Siete ancora ossessionato da quella ragazza, Ainsworth?». Il conte di Sothenburg, impeccabile nel suo abito blu scuro, gli cavalcava accanto. Il tono era di studiata indolenza, ma lo sguardo, scuro e attento, cercava qualcosa di più, la conferma di una vittoria che dava già per acquisita.

«Il messaggio del marchese di Montague è stato chiarissimo. La vostra vicinanza alla figlia non è gradita. E Lady Evelina non è il tipo di donna che disobbedisce. Due balli sono stati più che sufficienti per dimenticarvi».

Edward si strinse nelle spalle. L’uniforme scarlatta catturava la luce del sole, rendendolo impossibile da ignorare anche tra la compostezza studiata di Rotten Row.

«Lady Evelina è una donna che onora i suoi doveri», rispose con calma misurata. «E i doveri, cugino, non generano oblio, ma rancore».

Poco dopo, la vide.

La carrozza dei Montague avanzava lenta, sobria per il loro rango ma inconfondibile. All’interno, Lady Evelina sedeva accanto a una matrona dall’aria inflessibile, la zia, con ogni probabilità, incaricata di sorvegliare l’onore come un carceriere gentile. La congestione di carrozze costrinse il convoglio a fermarsi proprio davanti a lui e a Sothenburg.

Edward non distolse lo sguardo.

I capelli color rame erano raccolti sotto un cappellino elegante, ma la rigidità della postura tradiva il disagio. Quando i loro occhi si incontrarono, un istante appena, la luce che vi balenò fu subito soffocata da un velo di panico, netto e improvviso. Quel mutamento gli strinse lo stomaco. In quello sguardo non c’era pentimento. Né esitazione. Solo costrizione.

Il cuore di Edward, che aveva battuto saldo sotto il fuoco nemico, si agitò ora di una rabbia fredda e lucida. Sothenburg aveva ragione su un punto: Evelina era stata allontanata. Ma non per sua scelta. E questo, più di ogni altra cosa, le rendeva onore.

«Sembra assai composta, non trovate, capitano?», lo punzecchiò Sothenburg con un sorriso sottile. «Niente rancore. Oserei parlare di… saggezza».

Edward non rispose. Lasciò che l’insinuazione scivolasse via, ma sentì il sangue pulsargli nelle vene. Non si sarebbe arreso. Avrebbe dimostrato al cugino e ai Montague che anche un figlio cadetto aveva le sue armi. E non gli sarebbe costato nulla. Al contrario, ne sarebbe valsa la pena, per quello scintillio negli occhi di lei, per ciò che la rendeva diversa, unica. «Lo vedremo», mormorò infine, più a sé stesso che a Sothenburg.

Quella stessa notte mise in atto la sua prossima mossa.

Un valletto della casa paterna, ben compensato, impiegò due giorni a studiare i movimenti del palazzo dei Montague. Annotò le abitudini dei domestici, quelle dei signori e, infine, quelle delle signore. Quando individuò il momento più propizio, affiancò la cameriera personale della primogenita e le affidò un biglietto.


The Mall. Al tramonto.

Scegliete se affrontare la verità o tornare alla menzogna.
E. A.

Al ritorno del suo fidato servitore, un sorriso piegò le labbra di Edward. Non era un cenno di vittoria. Era teso, nervoso. Era quello di un uomo consapevole che sa di aver appena acceso una miccia e di trovarsi pericolosamente vicino all’esplosione.

Era certo che lei sarebbe andata. E proprio in quell’istante si rese conto di sperare che non lo facesse. Perché, se si fosse presentata, lui non avrebbe avuto da offrirle che un nome senza terre, il magro soldo di un ufficiale e un’esistenza raminga tra i presidi delle Indie. Troppo poco per chi era nata tra gli ori di Mayfair.


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