Lettera da Ashcombe: mi presento, sono Althea

 


Mia cara lettrice,

mi permetto di scrivervi queste poche righe mentre il sole di marzo, sfacciato e vivace, filtra tra le tende lise della mia casa nel Dorset, quasi a voler ridere della polvere che il tempo ha posato sui mobili di famiglia. Se state leggendo queste parole, significa che avete accettato l’invito a varcare la soglia di Ashcombe Manor: un luogo che, sebbene oggi conosca il peso del lutto, resta per me l'unico vero avamposto di sogni e libertà.

Il viaggio che ho intrapreso tra queste pagine non è stato fatto di sole miglia, ma di scelte sofferte e di sfide aperte contro le rigide convenzioni del nostro mondo. Mi sono ritrovata a lottare tra il dovere di una figlia e il desiderio di un sapere che non accetta catene, convinta che la dignità di una donna si misuri sulla vastità della sua biblioteca e non sulla dote allegata a un contratto matrimoniale, spesso firmato più per convenienza che per stima.

Dalle brughiere selvagge ai salotti dorati e spietati di Mayfair, ho imparato che ogni sguardo è una mossa silenziosa sulla scacchiera sociale e che dietro la porcellana più fine possono nascondersi intenzioni taglienti come lame. Ho conosciuto la paura di essere considerata merce di scambio, ma ho anche scoperto la forza risoluta di chi non intende lasciarsi piegare da un destino scritto da altri.

Vi racconterò di balli scintillanti dove il cuore batte più forte della musica, di lettere che scottano tra le dita e di incontri capaci di togliere il fiato, proprio come accade quando ci si scontra con certi uomini dal titolo altisonante e dallo sguardo d’acciaio, capaci di leggerti l’anima prima ancora di avervi chiesto un valzer.

Spero che possiate trovar diletto nel seguirmi tra i vialetti appartati e le sale da ballo, scoprendo insieme a me che, a volte, per vincere la partita più importante, bisogna avere il coraggio di osare uno scacco inatteso e ribaltare la tavola.

Sempre vostra, con sincera complicità,

Althea Gracefield

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