Il Peso del Lignaggio
Giungiamo oggi al quarto appuntamento con "L'onore di una rosa". Lady Evelina e il suo Capitano sono sempre più innamorati, ma una nave attende Edward...
E così fu. Per due settimane, non persero un istante. Attenti a non lasciarsi scoprire, rimediavano con piccole occasioni di incontro, baci rubati e promesse non pronunciate che divennero sempre più desiderate da entrambi, con l’avvicinarsi della fine della licenza di un soldato consapevole del proprio dovere.
Ogni giorno era scandito dalla ricerca febbrile di una scusa, una passeggiata mattutina prima che la Società si svegliasse, un incontro forzato in una libreria affollata, o un’ora rubata in un angolo nascosto del giardino di Holland House, lontani dal frastuono dei ricevimenti. In quei brevissimi interludi, Evelina scoprì cosa amava nel suo capitano: non l’eleganza effimera dei suoi pretendenti, ma la forza ruvida che aveva impresso sul palmo della sua mano quando le stringeva le dita, o la passione affamata con cui i suoi occhi grigio-ambra la divoravano, sfidando ogni regola.
La loro vicinanza era un veleno dolcissimo, e la distanza tra i loro corpi, un tormento.
Il tredicesimo giorno, ospiti entrambi della tenuta di campagna del conte di Lynton, per il matrimonio del figlio con una ricca ereditiera, dopo tre giorni, durante i quali, si erano visti con una certa frequenza, Evelina si preparava a salutarlo, con infinita tristezza, per tornare alla vita a Londra, alle sue regole, alle sue restrizioni e soprattutto alle sue aspettative.
«Milady…».
Pruitt, giunta per prepararla per la notte, le si avvicinò alle spalle.
Evelina la scorse attraverso lo specchio. Il volto arrossato, l’abito di cotone scuro, i capelli coperti da una cuffietta, sfilò dal corsetto del vestito un biglietto che le porse.
«Edward!», esclamò, con un sorriso radioso, che spazzò via le nubi. Il cuore le martellava nel petto, mentre le dita, tremanti, dispiegavano quel foglietto e gli occhi, avidi, divoravano quelle poche righe.
«Mi attende al solito posto». Un sospiro di gioia salì alla sua bocca.
«Milady…», tornò alla cameriera che ogni volta si tormentava nell’incapacità di tradire il suo segreto, pur non potendo opporsi.
Le sorrise, incoraggiante. Si voltò e le sfiorò una mano. Gli occhi colmi di affetto. «Pruitt, mi ama», le assicurò, con un tremolio carico di emozione nella voce. «Come io amo lui. E nessuno potrà separarci».
La domestica abbassò lo sguardo. Era abituata a rispettare il suo ruolo, ma quella volta non tacque. Tornò a lei e con un filo di voce le ricordò: «Il capitano presto dovrà prendere la nave…».
«Tornerà!».
«Vi ha dato la sua parola?».
Evelina scosse il capo. Un’ombra scese nel suo cuore. La scacciò. «Lo farà».
Con questa fede si era preparata e attenta scivolò fuori, lasciando che il velluto dell’oscurità la avvolgesse. Oltre il limite del prato falciato, dove la natura si faceva più fitta e l’aria carica dell’odore di terra e felci, lui l’attendeva.
Edward era un’ombra scura contro il tronco argenteo di un imponente faggio, ai margini del bosco che cingeva la tenuta del Kent. Non c’era più il sorriso spavaldo del ricevimento; nel silenzio rotto solo dal fruscio delle foglie, il volto di lui appariva teso, quasi aspro. Mentre lei si avvicinava, l’umidità del sottobosco iniziava a mordere l’orlo sottile della sua veste, un marchio d’infamia che avrebbe dovuto nascondere alle cameriere l’indomani.
«Evelina, dobbiamo smetterla di vederci», le disse, senza preamboli, la voce bassa e roca, quasi un ringhio. Le afferrò la mano, il pollice che le accarezzava il polso in un ritmo ossessivo e disperato. «Il mio comportamento non è stato dei più lodevoli e me ne dolgo. Ma ora…».
Il cuore le salì in gola. «Ti sei pentito…».
«Non dirlo nemmeno per scherzo». La zittì con un dito sulle labbra. Gli occhi gli si strinsero in due fessure. La dolcezza che brillava nella notte. «In queste settimane non ho fatto altro che riempirmi di te, della tua voce, dei tuoi gesti, dei tuoi pensieri». Il suo volto si fece più vicino al suo.
Evelina inspirò il suo profumo e un sospiro carico di gioia le affiorò alle labbra. «Io vi amo», gli confessò e le gote divennero porpora. Lo aveva detto senza pensare e ora, si accorse, il suo animo era messo a nudo.
«Anch’io…», le confessò, con una smorfia che tradiva il dolore nella confessione. «Evelina, provo per voi qualcosa che non pensavo avesse nome. Ma è per questo che vi parlo di prudenza. Tra una settimana sarò costretto a partire…».
Evelina sentì l’aria uscirle dai polmoni. Non aveva pensato che la fine sarebbe arrivata così presto, così bruscamente. «No. Rimanda…».
«Non posso», la interruppe lui, riducendo la distanza, gli occhi che brillavano di risoluzione. «Vi dico addio oggi». Le carezzò una gota. «Ma vi porterò nel cuore. Anche quando…».
«Non ditelo», si accalorò lei, ai raggi della luna che rischiaravano l’imponente magione a due passi da loro. Gli occhi fermi sull’uomo che avrebbe amato per la vita. «Ti attenderò».
Edward, sorpreso, trasalì. «Non sapete quello che dite…». Scrollò il capo, ostinandosi a darle del voi. «Non ho molto da offrirvi… Non quanto meritate!». Ingoiò l’orgoglio e anche la pena. «Vostro padre…».
«Mio padre desidera la mia felicità», ribatté Evelina, appoggiando la mano sulla giacca di lui. Il cuore le batteva così forte che temeva che lui potesse sentirlo. «E la mia felicità, Edward, sei tu».
Il capitano non resistette oltre. Si chinò, e la baciò. Fu un furto commesso nel cuore della notte. Le labbra di lui erano calde e si mossero contro le sue con una necessità che non ammetteva discussioni. Evelina si aggrappò alle sue spalle, abbandonando ogni pudore.
Edward riconobbe un ardore senza limiti nei gesti di lei e si allontanò, ansimando, le fronti che si toccavano. «Non possiamo...».
«Sì che possiamo», lo interruppe lei, parlando a fior di labbra. «Per favore, non chiedermi di accettare qualcun altro che non sia tu. Non promettermi nulla, ma non chiedermi di tornare alla mia vita di prima. Non dopo questo».
Edward la strinse in un abbraccio improvviso, un gesto che non aveva nulla della grazia, ma tutto del bisogno disperato. Sentiva la rigidità del corsetto sotto le dita, il profumo dolce dei suoi capelli contro il collo.
Sono dannato, pensò. Avrebbe dovuto trascorrere mesi senza di lei. Sarebbe sopravvissuto? Lo dubitava. Ma rinunciare a lei… Dio gli era testimone, era una richiesta superiore a ogni sua forza.
«Davvero mi aspetterai».
Il volto piccolo e bellissimo proteso verso di lui. «Sempre».
«E allora così sia».
Evelina sgranò i suoi grandi occhi come il cielo. Le labbra schiuse come in attesa di una conferma, le disse:
«Hai la mia parola. La prossima volta che tornerò a Londra, sarà per presentare i miei omaggi a tuo padre». Le adagiò le mani sulle spalle minute. Un sorriso radioso si disegnò sulle sue labbra. «Consideralo un debito da riscuotere. Ma fino ad allora…».
Evelina s’incupì. «No». Scosse il capo, risoluta. «Non pensare di dirmi addio un minuto prima che la nave salpi». Determinata, gli cinse il collo con le mani. «Abbiamo due giorni davanti a noi ed è mia intenzione pretenderli tutti, affinché la lontananza non allenti la tua volontà e ti allontani da me».
«Non accadrà mai», le assicurò lui, ma lei, mano nella mano e occhi negli occhi, gli chiarì:
«Da stanotte la mia anima e il mio corpo ti
appartengono, capitano Ainsworth».
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