Benvenuti ad Ashcombe Manor
Siamo nel Dorset, una terra antica che sembra sospesa tra il respiro dell’oceano e il silenzio delle brughiere.
Davanti a noi si apre un paesaggio che pare scolpito dal vento:
ondulato, vasto, vibrante di sfumature di verde e di viola. L’erica,
fitta come un tappeto, si piega docile alle correnti che arrivano dal
mare, portando con sé un odore salmastro e primordiale.
Da un lato, il frangersi lento delle onde contro la scogliera; dall’altro, la distesa selvaggia della brughiera.
Al centro, in un equilibrio che sembra impossibile, Ashcombe Manor.
Immaginatela dall’alto, come la vedrebbe un falco che plana lento sopra il Dorset: la facciata chiara, solida, severa ma non ostile; i tetti in ardesia che
luccicano come squame scure; i camini che svettano nel cielo del primo
mattino.
La casa è un rettangolo perfetto disegnato nel cuore della natura, come
se fosse nata dal terreno stesso, e non edificata dall’uomo.
Avvicinandoci — passo dopo passo, respiro dopo respiro — la mansione sembra cambiare.
Non è soltanto una costruzione: è una presenza.
Una presenza che ascolta, che osserva, che trattiene memoria delle voci che l’hanno abitata.
Il sentiero di ghiaia scricchiola sotto i piedi. Le finestre, alte e simmetriche, riflettono il cielo. Le colonne d’ingresso sembrano attendere qualcosa… o qualcuno.
Siamo noi che entriamo nel mondo di Ashcombe Manor.
La porta si apre con un lieve gemito, come un’inspirazione profonda.
Ad accoglierci c’è Wells, il maggiordomo.
Ha il portamento eretto di chi non dimentica mai il proprio dovere,
eppure i suoi occhi tradiscono una gentilezza quasi paterna. Un tempo si
occupava dei cavalli — lo sguardo temprato, le mani capaci — ma la
necessità lo ha trasformato, e ora veste il ruolo di maggiordomo con una
dignità tutta sua. Un uomo che ha conosciuto la casa centimetro dopo
centimetro, e ora ne è parte integrante.
Dietro di lui, come un rintocco attutito, si muove la servitù.
La prima a comparire è Pruitt,
la cameriera personale di Lady Evelina: solida come una quercia,
instancabile, pronta a proteggere ciò che resta della famiglia con la
tenacia silenziosa di chi ha visto passare anni difficili. Il suo
sguardo rapido ci valuta, ci misura, e pare già sapere sotto quale luce
Lady Evelina desidererà presentarci.
Poi, quasi un’ombra, arriva Honor: austera, esile, con l’aria severa di chi ha fatto dell’autocontrollo una seconda pelle.
Honor parla poco e osserva molto. Nei suoi occhi scuri balena spesso una
forma di affetto nascosto, soprattutto quando si tratta delle figlie
della casa.
E proprio in questo momento, al piano superiore, due porte si aprono con un lieve fruscio.
Per prima compare Althea.
La sua figura agile si staglia contro la luce del corridoio: una ragazza
vivace, frizzante, con una curiosità che sembra non trovare mai argini.
Talvolta corre incontro agli ospiti con quel candore che la madre cerca
invano di contenere; altre volte sussurra domande che nessuna
beneducata fanciulla dovrebbe porre… ma che danno alla casa la sua voce
più schietta.
A sinistra giunge Cecily, più calma, più riservata.
È la giovane che ama sedere accanto alle finestre della sala inferiore,
quella da cui chiama con tono limpido gli altri membri della famiglia.
Le sue mani si muovono con grazia; il suo passo è leggero ma radicato.
Se Althea è impeto, Cecily è respiro.
A seguire Beatrice, una bellezza mediterranea, dagli occhi scintillanti e uno sguardo fiero e irriverente. Procede con le sorelle e tiene per mano la più giovane tra loro, Lavinia. Alta, slanciata una lente di ingrandimento stretta nella mano e capelli di un rosso fulvo che contrastano con l'azzurro dei suoi occhi. Tredici anni appena e la promessa di incantare il mondo, mentre ne scopre i suoi segreti.
Non si mostrano solo per cortesia: Ashcombe Manor vive attraverso di loro.
Ogni loro risata risuona nei corridoi, ogni loro esitazione vibra in una
stanza rimasta troppo a lungo silenziosa. Sono loro a tenere in piedi
l’equilibrio tra ciò che la dimora è stata e ciò che potrebbe ancora
diventare.
Sebbene non sia ancora comparsa, la presenza di Lady Evelina è percepibile ovunque.
La casa trattiene i segni del suo passaggio: un profumo di lavanda, una
tazza lasciata ancora calda vicino a un libro, una tenda sistemata con
quell’eleganza che le appartiene da sempre.
Lady Evelina è il cuore segreto della Manor: una donna che conosce il peso delle apparenze, delle speranze, dei silenzi. Ogni sua scelta sembra fatta per trattenere il mondo dal crollare, soprattutto quando si tratta delle sue figlie.
E accanto a lei, invisibile ma incisa come una riga sul marmo, c’è l’ombra di Lord Ashcombe.
La sua figura aleggia nei ritratti, nella disposizione delle stanze, nelle decisioni che hanno segnato la sorte della casata.
È un’assenza che pesa come una presenza.
È il passato che si ostina a non diventare tale.
Entriamo più a fondo.
La
hall prende vita attorno a noi: soffitti alti, specchi che catturano e
moltiplicano la luce, un tappeto orientale che Lady Evelina osserva
sempre con minuzia per assicurarsi che nessun filo sia fuori posto.
Sui tavolini e sulle mensole compaiono statuette e piccoli soprammobili in ottone,
testimoni silenziosi delle storie della famiglia: battaglie, scene di
caccia, figure allegoriche. Oggetti che qualcuno ha spolverato con
devozione, come se a togliere la polvere si potesse alleggerire anche il
peso degli anni.
Un domestico attraversa il corridoio portando un vassoio.
Una porta si apre, poi si richiude.
Wells annuisce, leggermente.
La casa pulsa.
Attraversando un arco scolpito, entriamo nel salotto dove Lady Evelina riceve gli ospiti.
Tutto è disposto con cura: i cuscini allineati, il pianoforte lucido, un ricamo abbandonato per un attimo su una poltroncina. È la stanza dove le figlie si esercitano a essere ciò che il mondo vuole da loro — e, allo stesso tempo, dove tentano di scoprire ciò che loro stesse vogliono essere.
Qui il sole filtra attraverso grandi finestre, disegnando strisce d’oro sui tappeti.
Da questo angolo, spesso, si odono le note che Althea, la primogenita,
ama suonare, quasi per dare voce a pensieri soffocati dal decoro.
E ora usciamo.
Le porte posteriori si aprono sul giardino, e l’aria del Dorset ci investe con un profumo di erba umida e di rose antiche.
I vialetti, curati con mano esperta, conducono a pergolati di glicine che sembrano cascate sospese.
Le rose rampicanti hanno colori che vanno dal crema più delicato al rosso più profondo.
Una fontana, con un putto dall’espressione birichina, zampilla piano, come se si divertisse a osservare chi passa.
Qui, le figlie corrono, ridono, confidano segreti che svaniscono tra gli alberi.
Pruitt, spesso, le richiama per una ciocca fuori posto, per un orlo che
si è impolverato; ma anche lei, talvolta, sorride di nascosto.
E Honor, severa, cerca di far valere le regole, ma finisce per soccombere alla vitalità di quelle giovani vite.
Il giardino è il luogo dove Ashcombe Manor si libera del suo peso.
Dove la casa respira.
Dove la famiglia, nonostante tutto, continua a esistere.
E noi siamo qui.
Ashcombe Manor ci accoglie non come spettatori, ma come complici.
La sua voce è fatta di legno che scricchiola, di passi soffocati, di risate lontane, di profumi che restano nel ricordo.
Questa non è una visita.
È un incontro.
Con una casa che ha un’anima.
Con una famiglia che affronta il proprio destino.
Con un passato che persiste e un futuro che attende.
Ashcombe Manor vive.
E adesso, per un momento, vivrà anche attraverso di voi.
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