Translate

lunedì 18 febbraio 2019

Promo e primo capitolo di Vieni via con me


Prologo


 

 




Ischia, Golfo di Napoli, Italia - Estate 2016

I cancelli di villa Richardson erano spalancati e un costante via vai di conoscenti, dipendenti, amici e parenti sottolineavano l'eccezionalità dell'evento. Il vasto giardino che circondava la casa accoglieva piccoli gruppi di persone dai volti mesti, che nella calura estiva si interrogavano increduli su quanto era accaduto. Aaron Richardson era morto. La cameriera lo aveva trovato riverso sulla scrivania del suo studio, oramai privo di vita. Il medico, accorso alla chiamata della vedova, non aveva avuto dubbi: stroncato da un infarto a soli cinquantadue anni. 
La notizia era corsa veloce per le strade ischitane, nello stordimento generale. L'imprenditore britannico, proprietario di un'importante catena alberghiera, era molto noto sull'isola per le sue strutture, che davano lavoro a centinaia di dipendenti. Ora tutto sarebbe passato nelle mani della giovane moglie, Giulia Mattera, una ragazzina di appena ventisette anni sposata in gran segreto due anni prima, in una delle chiese più belle e suggestive del territorio: il Soccorso.
La stampa locale ne aveva parlato per settimane e la notizia aveva trovato spazio anche sulle riviste di mezza Europa. Il matrimonio di Aaron Richardson, uno degli ultimi scapoli d'oro del jet set, non poteva passare inosservato. Per anni aveva campeggiato sulle copertine delle riviste scandalistiche inglesi, sempre al fianco di donne bellissime, e nessuno avrebbe immaginato che a farlo capitolare fosse stata una sconosciuta isolana, dai folti capelli biondi e lo sguardo vivace di un verde smeraldo. Decisamente bella, ma per nulla paragonabile alle grazie eteree che sfilavano in passerella. E ora quella giovane donna, straziata dal dolore, ereditava un patrimonio milionario. La domanda che passava di bocca in bocca era solo una: sarebbe stata all'altezza della situazione?
Peppino fece scorrere il suo sguardo su quella moltitudine di sconosciuti, che parlottavano tra loro, avviandosi verso la casa e non nascose una smorfia di disappunto. A nessuno importava della sua bambina. I più erano solo preoccupati dal risvolto economico di quella scomparsa. Era così evidente che poteva immaginare i pensieri di ciascuno di loro. Rallentò il passo lungo la ghiaia, passando in rassegna le espressioni sui volti di quegli sconosciuti e un conato di vomito si fece largo nel suo stomaco, risalendo fino alla bocca. Si appoggiò a una staccionata, piegandosi su se stesso. La fronte imperlata di sudore e il viso pallido.
«Peppino, ti senti bene?».
Michele, il manutentore, se ne stava con aria mesta all'ombra di un pino, con ancora addosso gli abiti da lavoro e il cappello tra le mani, ma appena lo vide gli si avvicinò.
«Non è nulla», minimizzò abbozzando un sorriso. «È colpa del caldo e di quello che è successo».
«Vieni all'ombra», si offrì di aiutarlo, ma Peppino si oppose. «Ce la faccio a camminare da solo».
Michele non n'era convinto, ma lo lasciò fare.
«Ivanka, puoi portare un bicchiere d'acqua al signor Mattera?».
Una delle domestiche passava dietro le siepi, con un vassoio in mano. Esile e longilinea, aveva un aspetto nordico.
«Certo», assicurò la donna affrettando il passo.
Pochi minuti dopo era di ritorno con una brocca e dei bicchieri. Michele gli aveva procurato una sedia, facendolo sedere.
«Non è necessario. Ve lo assicuro», garantì Peppino a disagio.
La donna si chinò leggermente, invitandolo a bere. Era stata lei a trovare Aaron.
«Come sta mia figlia?», le chiese con un filo di voce.
Il viso della cameriera si incupì, lasciando che un turbinio di emozioni si alternasse sul suo bel volto. Scosse lievemente il capo, abbassando lo sguardo sul prato.
«Male», farfugliò infine e Peppino sentì un nuovo colpo allo stomaco.
«Ma com'è successo?», domandò per l'ennesima volta quella mattina, portandosi le mani tra i capelli radi in un gesto di confusione e dolore, aggiungendo: «Eppure sembrava stare bene...». Non si dava pace.
«Il dottore dice che nelle sue condizioni può succedere», si lasciò sfuggire Ivanka. 
«Nelle sue condizioni?», ripeté interdetto.
Il manutentore a disagio cercò qualcosa da dire, senza trovarlo.
«Michele, ma che aveva mio genero?».
L'uomo si piegò sulle ginocchia e si avvicinò impercettibilmente, per sussurrargli: «Il medico ha detto alla signora che aveva un male incurabile».
«Un male incurabile?», scosse il capo incredulo.
«Non lo dica a nessuno. Sua figlia non vuole che si sappia, ma io ero presente questa mattina».
Allungò un braccio, rassicurandolo: «Non ti preoccupare. Non lo saprà nessuno al di fuori della famiglia», gli restituì il bicchiere, alzandosi. «Devo andare da mia figlia», gli spiegò avviandosi verso l'edificio.
Ancora gruppetti di persone, strette di mano, sguardi mesti, abbracci e condoglianze, ma il suo unico pensiero era Giulia. La cercò per la grande abitazione, ricevendo ancora partecipazione al dolore.
L'allegra confusione dei giorni precedenti era stata spazzata via dall'ordine asettico di quelle ore. Dopo il trambusto iniziale, Maria, sua moglie, aveva dato disposizioni a destra e a manca affinché tutto fosse non solo in ordine, ma perfetto per ricevere degli estranei. Gli oggetti più preziosi erano spariti dai ripiani sui mobili. Gli studi di Aaron e Giulia erano stati chiusi a chiave, così come anche la loro camera da letto, per permettere alle persone di seguire un percorso predefinito, che dall'ingresso conduceva fino alla stanza allestita per la veglia, in fondo al lungo corridoio. La salma era stata sistemata in una delle stanze per gli ospiti, per permettere alla vedova di conservare un minimo di intimità in quei momenti di dolore. Facendosi largo tra le persone che sostavano sulla soglia, riuscì a scorgere la moglie accanto alla loro bambina. Sentì una stretta al cuore. Non c'era dolore più grande che assistere alla sofferenza di un figlio, sapendosi impotente. Distolse lo sguardo a fatica. Aaron era stato adagiato al centro della stanza su un letto preparato con cura. Riconobbe la coperta ricamata, una di quelle che avevano regalato a Giulia in occasione del matrimonio.
In quei due anni aveva imparato ad apprezzare quell'uomo, all'apparenza schivo e decisionista, e vederlo lì, elegantemente immobile, nel suo vestito su misura, gli occhi chiusi e i capelli ben pettinati all'indietro, gli faceva accapponare la pelle. Gli doveva molto, rifletté, e non solo per aver sposato sua figlia, ma per tutto quello che aveva fatto per loro da quando aveva conosciuto Giulia. Si era interessato alla loro sorte e li aveva costretti ad accettare il suo aiuto, senza mai chiedere nulla in cambio, mentre combatteva in solitario una battaglia tanto più grande di lui. Ma perché aveva escluso anche sua moglie? Perché l'aveva tenuta all'oscuro sulle sue reali condizioni di salute? Forse, sapendolo, avrebbe potuto prepararsi e invece eccola lì: il viso pallido, gli occhi gonfi, i capelli tirati in una coda, il vestito spiegazzato, rannicchiata nella poltrona posta accanto al letto. Era così fragile e composta nel suo dolore. Al suo fianco c'era sua moglie, simile nei colori, ma diversa nella struttura fisica. Piccola e rotonda la madre, slanciata e florida la figlia. Maria non mancava di carezzarle la schiena con gesti affettuosi.
«Condoglianze».
Un uomo di mezza età, con un forte accento straniero, gli si avvicinò stringendogli la mano con aria mesta.
«Grazie», rispose Peppino, vedendolo attraversare la stanza fino alla vedova. Doveva averlo visto da qualche parte, ma ora non ricordava. Dall'aspetto e dal modo di vestirsi sembrava non essere italiano. Alto e biondo, elegantemente vestito e dall'incarnato delicato, si sarebbe detto inglese.
Gli occhi stanchi di Giulia si sollevarono sul nuovo venuto e dopo la confusione iniziale parve riconoscerlo. Ebbe un moto di vita e alzandosi di scatto lo abbracciò con calore, mentre pronunciava delle frasi in un'altra lingua.
«Vincent Andrew», farfugliò qualcuno al suo fianco. «Uno dei migliori amici di Richardson».
Peppino si voltò verso la persona che aveva parlato. Era un uomo magrolino, dall'aspetto formale, che riconobbe essere il direttore de Il Regina, uno dei due alberghi ischitani di Aaron. Quante persone dipendevano dalle decisioni del genero? Cominciava a mancargli l'aria e il caldo stava diventando insopportabile. Si portò una mano alla fronte, per tenere a freno la tremenda emicrania che si faceva largo nella testa. 
«Com'è successo?».
Un vecchio amico di famiglia si avvicinò.
«Francesco», lo salutò, ricambiando la stretta di mano. «Non lo sappiamo di preciso. Il medico dice che è stato colto da infarto e che nelle sue condizioni capita...».
«Quali condizioni?»
Si accorse di aver parlato troppo e scosse il capo.
«Scusami». 
Lasciò la stanza e attraversò il corridoio, raggiungendo il salotto. Anche qui c'era gente seduta ovunque, che chiacchierava come a una riunione di famiglia, anche se la maggior parte di loro erano per lui degli sconosciuti. I suoi occhi si posarono su delle donne bionde vestite di nero. Sembravano uscite dalla televisione, tanto erano curate. Accanto a loro uomini in giacca e cravatta, parlottavano animatamente, scambiandosi pareri. Di alcuni comprendeva la conversazione, di altri invece registrava solo piccole parole. Probabilmente era inglese.
«Papà!».
La voce di suo figlio gli fece trarre un sospiro di sollievo. Si voltò a cercarlo e lo vide. Indossava la divisa da capitano, attirando lo sguardo delle persone che aveva intorno. Era un bel ragazzo, convenne orgoglioso. Alto, biondo, con un fisico asciutto e due occhi verdi che si imponevano in un viso dai tratti regolari. Il suo primogenito.
«Meno male che non ti eri ancora imbarcato». Gli mise una mano sul braccio, facendogli cenno di proseguire verso l'esterno. «Questo posto che puzza di soldi mi dà la nausea».
Si ritrovarono all'ingresso e, scesi pochi gradini, cominciarono a passeggiare per il prato, rasato di fresco.
«Giulia come sta? Come l'ha presa?».
«Male», brontolò nervoso. «Come vuoi che l'abbia presa?».
Si portò le braccia dietro la schiena e intrecciando le dita fece alcuni passi, con i pensieri che si accavallavano frenetici. Suo figlio lo seguiva, osservandolo preoccupato.
«Il medico dice che era malato da tempo, ma Giulia mi ha sempre detto che era guarito».
Pasquale aggrottò la fronte e si calcò sul capo il cappello con la visiera, mentre alcune gocce di sudore gli imperlavano la fronte.
«Hai ragione. Fa caldo», osservò Peppino, cambiando discorso: «A quest'ora di solito eri al mare o al fresco a riposare, ma che vuoi farci? Dentro non riesco a resistere», sbottò. «Gente piena di soldi con la puzza sotto al naso», fece una smorfia disgustata. «Se la mangeranno viva tua sorella!».
«Non esagerare», lo tranquillizzò suo figlio, guidandolo sul retro della casa. «Giulia è una ragazza in gamba e ce la farà».
Peppino si fermò, per osservarlo. Lo superava in altezza di almeno dieci centimetri ed era la versione maschile di Giulia. Anche caratterialmente si somigliavano. Erano entrambi tenaci e determinati.
«Lo pensi davvero?», gli chiese, sperando di trovare conforto.
Pasquale scrollò le spalle.
«Papà, a me quello non è mai piaciuto, ma mi fido di mia sorella e so che, se lo ha sposato, lo ha fatto per amore».
Sollevò gli occhi azzurri al cielo.
«Non dico di no, ma ora come farà a gestire il patrimonio del marito? Noi non abbiamo mai posseduto grandi ricchezze e per tua sorella è tutto nuovo».
Il suo primogenito sbuffò, ruotando gli occhi, come se conoscesse la lezione a memoria e non avesse alcuna intenzione di sentirsela ripetere per l'ennesima volta.
«Papà, sono i poveri che non hanno i mezzi, non quelli come tuo genero».
«Che vuoi dire?», domandò sospettoso. 
La povertà e la ricchezza non erano un discrimine nella valutazione di un uomo. Suo figlio fece una smorfia, specificando: «Intendo dire che mia sorella avrà una schiera di persone pronte ad aiutarla e tua figlia non è sciocca. Capirà presto di chi fidarsi».
«Sì, Giulia non è una sprovveduta», convenne.
Era sempre stata una ragazza giudiziosa che non si spaventava facilmente. Non aveva esperienza, ma era intelligente e poi aveva studiato. A qualcosa doveva pure servire quella laurea con il massimo dei voti. Quante soddisfazioni gli aveva dato quella creatura.
«E poi c'é quell'avvocato...», stava dicendo suo figlio. «Quello paffuto con gli occhialini che è arrivato poco prima di me».
«Ruggeri», rispose. «È amico di tuo cognato». Poi si corresse. «Era».
«Sì, lui. Mi sembra una persona fidata».
Si voltò a guardare alle loro spalle e mormorò: «Parlando del diavolo...».
Peppino fece lo stesso e scorse il legale. Era un uomo sui cinquanta, dall'aspetto bonario, facile al sorriso e di buon appetito. A vederlo, con la sua statura media, i chili di troppo, concentrati sulla pancia, la fronte stempiata e il viso rubicondo, si sarebbe detto un contabile e non un grintoso avvocato milanese. Ma l'esperienza gli aveva insegnato che non bisognava fidarsi dell'apparenza, perché quell'uomo sapeva il fatto suo e nelle aule di tribunale dimostrava tutto il suo potenziale. Non a caso, il suo studio a Milano era tra i più quotati. Forse aveva ragione Pasquale, Giulia avrebbe avuto il meglio ad affiancarla in questa nuova avventura, e con il suo giudizio e la capacità di tenere i piedi ben piantati a terra, se la sarebbe cavata. Sorrise rassicurato dalle sue riflessioni, mentre il legale avanzava con la sua grossa mole, asciugandosi un rivolo di sudore che gli rotolava lungo la guancia. Era un luglio particolarmente caldo e all'ora di punta non era certo facile sopportare camicia e cravatta.
«Dovreste togliervi la giacca», gli suggerì con simpatia. «Fa troppo caldo per i completi cittadini».
Nonostante le circostanze, l'avvocato ricambiò il suo sorriso.
«Ha ragione Peppino, ma non potevo presentarmi qui in tenuta estiva. Il ruolo e l'occasione non me lo consentono».
Lo sguardo divenne triste. Aaron Richardson non era solo un cliente; era soprattutto un amico storico, con cui esisteva un rapporto di fiducia e affetto, che si era consolidato negli anni. Si avvicinò ancora di qualche passo, poggiandogli confidenzialmente una mano sulla spalla.
«Le devo parlare in privato».
Pasquale fece roteare gli occhi verso il padre, attendendo un cenno di assenso e con una scusa si allontanò, tornando dalla sorella.
Rimasti soli, Ruggeri gli fece cenno di seguirlo, muovendosi con una certa sicurezza, mentre raggiungevano un angolo del giardino, dove erano sistemati un tavolino, un'amaca e delle poltrone in vimini.
Era già stato in quel posto con la sua famiglia. Ricordava i gemelli di Teresa correre per il parco, contendendosi l'altalena dietro l'angolo. Richardson si era unito a loro in un secondo momento, ma quando aveva scorto i bambini trotterellare felici sull'erba si era avvicinato con aria festosa. Peccato che in quei due anni una gravidanza non li avesse benedetti con la nascita di un pargolo. A quest'ora sua figlia avrebbe avuto una consolazione a cui aggrapparsi, ma oramai era inutile sperare. Le cose erano andate come dovevano andare.
«Signor Peppino, le ore che seguiranno saranno particolarmente dure per sua figlia, ma sono certo che Giulia potrà contare sul vostro appoggio».
«Naturalmente».
«Mi occuperò di tutto io: dei funerali, della cremazione, del disbrigo pratiche e anche della comunicazione alla famiglia Richardson», si avvicinò leggermente, abbassando la voce. «Saprà che i rapporti di Aaron con la madre e la sorella non erano dei migliori...».
«Sì, mia figlia me lo ha detto», annuì con una smorfia.
Giulia non aveva una buona opinione di quella famiglia e a giudicare da come si erano comportati con lei e il marito, nel periodo in cui erano stati sposati, non poteva dubitare della veridicità del suo giudizio.
«Ciò nonostante, dobbiamo avvisarli e aspettare che ci dicano se vogliono partecipare alle esequie».
«Ovviamente», convenne. «Quindi non sappiamo quando si svolgeranno i funerali?», chiese pratico.
«Conto di farglielo sapere in serata», gli assicurò il legale, sbirciando l'agenda che aveva tirato fuori dalla sua ventiquattrore. «Dopo che tutto questo sarà finito, Giulia dovrà allontanarsi da Ischia. Ci sarà grande confusione nei giorni a venire e ben poco potrete fare per Aaron. Lei vorrebbe accompagnarci a Napoli per la cremazione, ma lo sconsiglio».
«Concordo con lei, ma crede che ci ascolterà?»
«Non si preoccupi», rispose l'avvocato, poggiandogli una mano sul braccio. «Le parlerò». Sollevò il capo, incrociando i suoi occhi chiari e attenti, spiegandogli: «Manderemo sua figlia in un posto tranquillo, magari in montagna, lontana da occhi indiscreti, per un mese o due. C'è qualcuno che potrebbe accompagnarla? Un'amica, un parente... Lei e sua moglie?».
Rimase in silenzio, pensieroso. Chi poteva accompagnarla? Non Pasquale che doveva imbarcarsi a breve per una tratta oceanica. Inutile proporlo a sua moglie. Per quanto fosse legata a Giulia, non si sarebbe mossa neanche se trascinata a forza. Non restava che Teresa, sempre che quel pazzo di suo marito, Carlo, si fosse concesso una vacanza. La sua officina meccanica chiudeva a stento una settimana a Ferragosto. E se anche lei dava buca, lo avrebbero chiesto a Paola, la figlia di Rosa e Antonio. Era molto amica di Giulia. Si conoscevano dai tempi dell'asilo e viveva a poca distanza da casa loro. Sì, lei avrebbe accettato.
«Lo chiederò a Teresa, l'altra mia figlia. Naturalmente l'accompagnerà mio genero con i bambini. Non si separerebbe mai da loro».
«Nessun problema. Mi confermi il numero di persone».





 

 

Prima Parte





Capitolo primo










Ischia, Golfo di Napoli, Italia
Giugno 2014

Giulia controllò l'ora sul cellulare e scorse ancora una volta il messaggio di Vittorio, il suo amico dell'agenzia interinale.
"Giuly, Richardson ti aspetta alle tre del pomeriggio per il colloquio. Ricordi il posto di segretaria? L'appuntamento è nella sua villa a Zaro, in via Francesco Calise. Senza numero civico. Cancello verde. Quello successivo alla Colombaia. Fammi sapere!".
Si guardò intorno, percorrendo con lo scooter l'ultimo tratto di strada. 
Era in anticipo. Così decise di prendersela con calma, ammirando il paesaggio circostante.
 Il bosco rigoglioso sulla destra sembrava quasi sommergerla nella sua ricca vegetazione, mentre lo strapiombo a sinistra lasciava intravedere la distesa di acqua cristallina. 
L'infrangersi delle onde e il canto degli uccelli, con il sole che faceva capolino tra i rami, erano uno spettacolo suggestivo. Le tante anime di Ischia, rifletté: selvaggia e turistica, ma anche elegante e popolana insieme. Un posto come questo in effetti al visitatore amante dei parchi termali e dei locali notturni non sarebbe piaciuto, ma per fortuna non tutti gli esseri umani sceglievano in base agli stessi criteri e per le persone come lei, che alla calca e alla mondanità preferivano la natura e la solitudine, non c'era nulla di più stimolante. Non a caso, negli anni Sessanta, il regista Luchino Visconti lo aveva scelto per viverci, acquistando la splendida villa in stile gotico, nota come la Colombaia. Ma Visconti era un regista e si sa che gli artisti, soprattutto quelli di un certo valore, sono spesso affascinati da posti come questi, ma Aaron Richardson, da quel poco che sapeva, non era certo un regista o uno scrittore. Suo padre le aveva detto che era il proprietario de Il Regina, l'albergo a pochi passi dal Castello Aragonese che le piaceva tanto. Quante volte aveva immaginato di prenotare la suite per la notte di nozze? Certo, era accaduto prima di scoprire il tradimento di Enzo, ma questo non cambiava il fatto che un imprenditore come Aaron Richardson mal si collocava nel quadro naturalistico di Zaro.
 Che ci faceva un albergatore in un posto sperduto come quello? Per raggiungerlo ogni mattino avrebbe dovuto partire con almeno mezz'ora di anticipo e se a qualcuno fosse saltato in mente di prendere in prestito il suo motorino, cosa non insolita nella sua famiglia, si sarebbe dovuta arrampicare fino a lì a piedi con il rischio di arrivare non solo in ritardo, ma anche sudaticcia e con i piedi che le dolevano. Ci volevano minimo tre quarti d'ora di cammino dalla fermata dell'autobus. Poteva aspettare la combinazione con i pulmini locali, ma questi non passavano di frequente. Senza contare il ritorno. Vittorio si era dimenticato di specificare gli orari giornalieri, si rese conto, ma essendo un lavoro d'ufficio, forse, saltando la pausa pranzo, sarebbe stata di ritorno per le cinque. A quell'ora avrebbe potuto avventurarsi per qualche sentiero fino al mare. L'idea di un tuffo nelle acque limpide e fresche, prima del ritorno a casa, era allettante. Senza contare che il paesaggio selvaggio e l'aria pulita lo avvicinavano alla sua idea di paradiso.
Dopo l'ultima salita, scorse l'entrata alla villa di Visconti e, lasciato il motorino lungo il ciglio della strada, si avviò a piedi in cerca della proprietà dell'imprenditore.
Trovò il cancello verde a pochi metri. Era imponente, in ferro battuto, impenetrabile. Avvicinandosi, scorse una porticina più piccola, sulla sinistra, per i pedoni. Sotto l'edera, che copriva il pilastro, vide il citofono con la telecamera. Un cartello avvisava che la zona era soggetta a videosorveglianza. Sollevò lo sguardo e individuò il grande occhio. Gli regalò una linguaccia e premette il pulsante. Una piastrella in ceramica, poco sopra, riportava il cognome del proprietario. Non c'erano dubbi, quella era la proprietà di Aaron Richardson.
«Chi è?».
Una voce femminile, con una lieve inflessione straniera, la fece sobbalzare.
«Buongiorno! Sono Giulia Mattera», si presentò. «Sono qui per il posto di segretaria».
Sentì lo scatto della serratura del piccolo cancello. Con la telecamera dovevano aver visto che era a piedi e istintivamente si preoccupò per la smorfia di poco prima. Scrollò le spalle. Oramai era andata, si disse. Con una spinta energica si ritrovò in un ambiente completamente diverso dall'esterno. Se lungo la strada aveva potuto ammirare il gioco della natura, oltre la cancellata ci s'inchinava all'ingegno umano.
Quello che aveva davanti non era un giardino qualunque. Un architetto doveva aver studiato gli spazi, per sfruttare al meglio la vocazione del posto. Non era un'esperta di botanica e difficilmente sarebbe riuscita a distinguere una pianta da un'altra, ma lì si poteva ammirare un tripudio di specie e colori diversi. L'effetto finale era armonico.
«Caspita», esclamò, guardandosi intorno ammirata.
Non aveva mai visto un posto così bello. Camminò per un buon tratto e sulla sinistra scorse un ampio parcheggio, coperto da un pergolato. Un paio di auto, molto diverse tra loro, sostavano all'ombra.
Una buona notizia: se avesse ottenuto il posto, sapeva dove sistemare il motorino.
Lungo il sentiero, sottolineato da ciottoli e ghiaia, scorse degli attrezzi da giardino e si voltò intorno alla ricerca della persona che li usava. All'orizzonte non apparve nessuno. In fondo l'orario non era dei migliori per lavorare nel primo pomeriggio, sotto il sole di giugno, ma quando pensava di aver perso ogni speranza, scorse in lontananza una costruzione bianca a un solo piano, a cui si accedeva attraverso un patio. Si perse a osservare le siepi di rose che incorniciavano la casa, rimirandone lo sviluppo simmetrico e la varietà di colori. Sussultò all'assalto festoso ed entusiastico di tre labrador, che arrivarono correndo dal retro della casa. Istintivamente si tirò al petto la borsa, che portava a tracolla, ma i cuccioli volevano solo giocare e con la lingua penzoloni presero a odorarla con un certo interesse. Aveva familiarità con gli animali. A casa convivevano con due gatti e in passato avevano avuto anche un cane.
«Ciao», si piegò sulle ginocchia e porse loro una mano, con il palmo rivolto verso l'alto, prima di avvicinarla prudentemente al muso di quello nero e lucido con gli occhi dolci. Gli altri due erano color crema.
«Rock, Charlie, Daisy, a cuccia!».
Una voce maschile alle sue spalle la fece sussultare, mentre i tre cuccioli obbedirono all'istante, prendendo la posizione seduta.
Si sollevò lentamente, sistemandosi la giacca del completo di lino, mentre i suoi occhi si ritrovarono ad ammirare una figura maschile che sembrava uscita da una rivista di moda.
«Salve», salutò allegramente, passando in rassegna la figura slanciata e atletica di un uomo sui quaranta, che con un gesto deciso della mano invitò gli animali ad accucciarsi ai suoi piedi. Non riusciva a vedere cosa estraesse dalla tasca dei pantaloni di tela beige, ma i cani ne sembravano ghiotti. L'espressione seriosa di poco prima si distese e un sorriso gli illuminò il volto. Giulia provò un tuffo al cuore, tanto era bello.
«Michele, richiama i cani e portali con te nella serra», dispose, con un forte accento inglese e come dal nulla apparve un uomo, visibilmente accaldato, con una pala in mano, che la salutò brevemente, chiamando a raccolta i quadrupedi, prima di sparire nell'ombra, sotto un portico.
«La segretaria?», le chiese lo sconosciuto di poco prima.
Giulia tornò con lo sguardo a lui. Si era sollevato gli occhiali da sole sul capo e le porgeva la mano.
«Giulia Mattera», annuì. 
Era uno degli uomini più avvenenti che avesse mai visto e la scrutava dall'alto in basso.
«Aaron Richardson?», chiese incerta e lo vide annuire con sufficienza.
«Chi altri?», rispose, risalendo i pochi gradini che davano accesso all'edificio.
Giulia si affrettò a seguirlo, cercando di distogliere lo sguardo da quella figura slanciata e atletica, che la dominava di almeno dieci centimetri.
Il contrasto tra l'esterno e l'interno della casa le fece strizzare gli occhi. Le ci vollero alcuni secondi prima che si abituasse al contrasto di luce.
«Mi segua», dispose laconico, mentre afferrava un mazzo di chiavi sul mobile dell'ingresso.
Si limitò ad annuire in silenzio, mentre passava in rassegna quell'arredo elegante, che percorreva i perimetri del corridoio. Alle pareti alcuni paesaggi a olio di vedute marine scorrevano sotto i suoi occhi. Tenergli il passo non era facile, perché il suo interesse era costantemente catturato da qualcosa: un vaso, un sopramobile in cristallo, uno scorcio. La cura dei particolari non era riservata solo al giardino, che era l'involucro esterno di quella che appariva come una costruzione moderna, arredata con gusto ed eleganza, dove tutto parlava di raffinatezza e pregio. La tonalità predominante era il bianco e dal primo sguardo si capiva che ogni singolo oggetto trasudava ricchezza. E che dire dei quadri appesi alle pareti? Teresa se ne sarebbe innamorata! Si guardò intorno allarmata, temendo di aver perso il suo Cicerone. Lo individuò in fondo al corridoio, che si voltava per accertarsi di averla al seguito.
«Le serve un'altra mezz'ora?», la punzecchiò con un sorrisetto ironico.
Giulia si morse la lingua per non rispondere a tono, affrettando il passo. Raggiuntolo, si ritrovò in un ampio salone che affacciava su una portafinestra all'inglese bianca.
«Venga».
La fece oltrepassare la soglia, uscendo in giardino.
Sentì i tacchi affondare nella morbida erba e imprecò in silenzio contro sua madre e sua sorella che avevano avuto la brillante idea di consigliarle il tacco dodici per un colloquio di lavoro. Continuò a guardarsi intorno, ammirando quella sezione del giardino destinata alle piante grasse.
«Ha bisogno d'aiuto?».
Una mano si posò sotto il gomito, sostenendola.
«No, grazie», farfugliò, scorgendolo ridere della sua goffaggine, mentre riprendeva la testa di quella che sembrava una vera e propria spedizione.
«Siamo quasi arrivati», la rassicurò, raggiungendo un sentiero in legno. «Venga da questa parte».
Sollevata, scorse a pochi passi un'altra costruzione coperta da tegole rosse.
«Gli uffici si trovano nella dépendance», spiegò, salendo un paio di gradini fino al solito porticato. 
«Siamo arrivati», l'avvisò, sparendo nell'interno.
L'ambiente era molto meno imponente della casa, ma grazioso e ben arredato. Si accedeva in un piccolo disimpegno, con un paio di poltrone in vimini e un tavolino dello stesso materiale, su cui erano adagiate delle riviste. I suoi occhi caddero su una copertina che ritraeva il suo possibile datore di lavoro al fianco di una di quelle bellezze mozzafiato, che sembravano essere passate sotto diverse mani di fotoritocco.
«Si è persa nuovamente?».
La voce canzonatoria di Richardson la richiamò da una delle due porte a cui dava accesso l'ingresso.
«Eccomi!», arrancò.
Si affacciò sulla soglia e lo scorse seduto a un'ampia scrivania di legno laccato. C'era un certo disordine sul ripiano. Alcuni fogli erano accartocciati e in attesa di essere gettati, mentre una penna, priva di tappo, era stata riposta sul tavolo pronta per essere usata. Nell'angolo il cestino era pieno all'inverosimile e alcuni libri sul ripiano erano stati dimenticati sulla mensola. L'azione era stata interrotta forse dal suo arrivo. Le pareti della stanza su tre lati erano coperte da alte scaffalature ricolme di faldoni. La luce proveniva dalla finestra laterale e inondava l'ambiente. Lo vide sollevare lo sguardo e con un agile balzo allungarsi alla sua destra per tirare le tende scure. Scivolò nuovamente a sedere, posando gli occhi sullo schermo del computer, mentre con la mano sul mouse scorreva gli ultimi messaggi arrivatigli.
«Si sieda», borbottò a un tratto, rendendosi conto che restava in piedi a osservarlo. «Mi lasci solo qualche istante...».
Giulia non se lo fece ripetere e ne approfittò per osservarlo con maggiore attenzione. Era un uomo attraente, nonostante non fosse più giovanissimo. La pelle abbronzata era liscia e fresca. Intorno agli occhi grandi e leggermente allungati faceva capolino qualche piccola ruga. Le ciglia folte e lunghe celavano iridi chiare come l'oceano. I capelli neri gli sfioravano il colletto, mostrando alcuni ciuffi nivei sulle tempie, ma li portava con una tale naturalezza da sembrare creati ad arte. Il suo sguardo scese sulla figura slanciata e atletica, parzialmente nascosta dietro la scrivania. Doveva sfiorare il metro e novanta e aveva spalle larghe e braccia muscolose, che si intravedevano sotto il tessuto sottile della camicia, evidenziandone anche il petto ampio e scolpito.
«Veniamo a noi», disse a un tratto, sollevando le sue iridi grigie.
Giulia si mosse a disagio sulla sedia, come una ragazzina colta in fallo, ma fu tratta in salvo dalla vibrazione del cellulare sul tavolo.
«Mi perdoni», scosse il capo desolato. «È una telefonata importante».
Si alzò dalla poltroncina, avvicinandosi alla finestra con lo sguardo fisso sull'esterno.
«Helena, ti hanno chiamato?», lo sentì informarsi, mentre tornava ai suoi pensieri.
Non era certo come se lo era immaginato. L'Aaron Richardson che si aspettava di incontrare era sui sessanta, con un po' di pancetta, e l'aspetto di un manager di successo.
Quello che aveva davanti, invece, era sui quaranta e più che un imprenditore sembrava un uomo che in passato aveva sfilato sulle passerelle. Era il suo modo di muoversi e l'aspetto armonioso della figura, che traevano in inganno. Per non parlare delle natiche. Visto di schiena confermava il suo metro e novanta, emanando dalla sua figura felina una sensualità innata, che mozzava il respiro e aumentava il caldo. Con la mano libera aveva scostato una parte della tenda, per sbirciare fuori, mentre rispondeva a monosillabi alla persona all'altro capo. Tutto in lui emanava controllo assoluto. Ora capiva lo strano sorrisino di sua sorella e l'insistenza per una mise adeguata all'evento. Ma solo lei non aveva la più pallida idea di come fosse il proprietario de Il Regina? Lo sentì dare le ultime disposizioni, prima di chiudere la conversazione.
«Veniamo a noi».
Recuperò la sedia girevole e scivolò al suo posto, con la flessuosità di un felino, per poi sfilare l'orologio dal polso e spegnere il cellulare.
«Dunque, dottoressa Mattera, sarò sbrigativo, perché ho molto da fare e non posso trattenermi. Cerco una persona precisa, puntuale e silenziosa, che esegua i miei ordini senza discutere e che parli inglese e spagnolo, oltre all'italiano», passò improvvisamente da una lingua all'altra, mettendola alla prova.
«Naturalmente», rispose. «Parlo fluentemente entrambe le lingue e per quanto riguarda l'italiano non ho problemi». Si chinò sulla sua borsa e ne tirò fuori due fogli.
«Il mio curriculum vitae».
Richardson non vi prestò attenzione e anzi la liquidò con un gesto di sufficienza.
«Non serve», ma poi cambiò idea. «Mi faccia vedere», allungò una mano, sfilandosi dai capelli gli occhiali da sole griffati.
«A giudicare da queste carte, non ha alcuna esperienza come segretaria».
Sollevò lo sguardo, inchiodandola nella poltrona.
«No, è vero, ma ho fatto altro...», cercò di giustificarsi.
«Certo, ha fatto la cameriera, la commessa e anche la shampista...»
«Mentre mi mantenevo agli studi».
«Per sua fortuna, conosco Vittorio da diversi anni, dunque, faremo così: una settimana di prova e se se la cava, resterà alle mie dipendenze fino a settembre. Se sarà particolarmente brava avrà quello che desidera». Depose i fogli e si alzò, avviandosi alla porta. Il colloquio finiva lì e stando alle sue parole, era assunta in prova, ma Giulia aveva sopportato abbastanza per quel giorno, consumando la sua dose di penitenza quotidiana. Così, si alzò a sua volta e prima che sparisse, gli chiese: «E cosa vorrei? Sono curiosa di scoprirlo anch'io».
Richardson non parve turbato dal suo tono saccente, ma annoiato sì. Sbuffò palesemente all'idea di doverle spiegare cose ovvie, ma, come aveva fatto con il curriculum, le concesse la sua attenzione.
«Dottoressa Mattera, se oggi lei è qui è perché, evidentemente, è interessata a un posto di lavoro e visto che io sono il proprietario di una delle società più importanti nel settore alberghiero a livello europeo, mi pare ovvio, che ciò che desidera è un lavoro a tempo indeterminato anche se questo significherà trasferirsi a Londra o mi sbaglio?».
Giulia cancellò immediatamente il tono sarcastico e conservò soltanto il succo di quella dichiarazione: le stava dicendo che se andava bene per il lavoro, poteva sperare in un'assunzione a Londra, nella prestigiosa sede della Royal? Che la riempisse pure di insulti! Avrebbe sopportato tutto per un'occasione come quella.
«Dunque, avevo ragione», sorrise compiaciuto alla sua espressione euforica. «Naturalmente, se lo dovrà guadagnare», precisò.
«Farò del mio meglio», rispose su di giri. «Londra non è un problema. Progetto di trasferirmi indipendentemente dalla possibilità che mi sta offrendo».
Oramai era un fiume in piena.
«Bene. Allora, mi aspetto grandi cose».
«Non la deluderò», gli assicurò, alzando la voce, mentre afferrava le sue cose e correva per raggiungerlo, rischiando di inciampare in qualche tappeto per colpa dei tacchi alti.
«Dicono tutte così», borbottò, porgendole la mano.
«Come?», accigliata ricambiò la stretta.
«Lasci perdere», la liquidò, specificando: «Inizia domani alle nove».

                                                   ♣♣♣


Alle nove di sera fece il suo ingresso nella solita pizzeria del centro, Da Sasà. Un locale alla mano, dove si poteva gustare un'ottima pizza, ma anche assaggiare la cucina contadina delle origini. Difficile era trovare posto, considerata la solita ressa di isolani e turisti, ma per Giulia e le sue amiche c'era sempre un tavolo riservato, in fondo alla sala, vicino al camino d'inverno e sotto un pergolato di viti d'estate.
«Franco». 
Entrando Giulia fece un cenno al pizzaiolo, un giovane dalla carnagione scura e la faccia da scugnizzo, che vedendola arrivare le sorrise di rimando.
«Sono già dentro», l'avvisò, senza smettere di lavorare la pasta con maestria, facendola volteggiare sotto gli occhi divertiti dei clienti.
«Immagino», esclamò, distribuendo gridolini entusiastici, appena avvistava un volto amico tra i tavoli, sbracciandosi o accorrendo per un saluto.
«Ciao. Tutto bene?», si dimenava, sforzandosi di ascoltare la risposta nel brusio generale. Dopo l'ennesimo scambio di effusioni con il conoscente di turno, sollevò il capo e le vide: Teresa e Paola, le sue amiche del cuore.
Sua sorella faticava a stare seduta e si muoveva continuamente sulla sedia, gesticolando vivacemente. Scosse il capo divertita. Solito abbigliamento sbarazzino, che tanto irritava sua madre: top scollato, minigonna e zeppe altissime. I capelli ricci e castani avevano un aspetto disordinato, come se li avesse scossi incessantemente, nel suo frenetico ragionare. Ben pochi avrebbero creduto che quella ragazzina, dall'aspetto mingherlino, che ricordava un elfo curioso, era madre di due splendidi gemelli.
Molto più elegante e sobria Paola che della bellezza, invece, aveva fatto la sua principale fonte di sostentamento. Alta e snella avrebbe potuto sfilare sulle passerelle di moda o anche dedicarsi al cinema, con il suo viso piccolo e grazioso, impreziosito da due splendidi occhi blu, ma invece aveva preferito restare dietro le quinte, occupandosi delle sue clienti. Paola, infatti, era un'estetista, anche molto apprezzata, che si divideva tra strutture alberghiere e centri estetici.
All'appello mancava solo Veronica, altra amica storica, ma lei aveva preferito infilarsi nel letto di Enzo, il suo ex fidanzato.
«Buonasera», si chinò a baciare la guancia di sua sorella, impegnata a mandare messaggi al marito.
«Sempre a chattare?»
«E tu sempre in ritardo», le fece notare, con una smorfia.
«È vero. Scusate». Sconsolata, prese posto accanto alle sue amiche. «Non trovavo parcheggio neppure con lo scooter», si giustificò, sistemando la borsa.
Paola le sorrise, allungandosi nella sua direzione per ricambiare il saluto.
«D'estate è sempre così a Ischia», commentò, portandosi una mano ai capelli corti e neri.
«Ti sei decisa a tagliarli?». Solo allora si accorse che la lunga chioma liscia era stata recisa a favore di un taglio sbarazzino. «Stai veramente bene».
«Dici?», chiese incerta. «Mi sento nuda».
Giulia scosse il capo, risoluta.
«Macché, mettono in risalto il tuo ovale, dandoti un'aria spumeggiante», così dicendo si portò di lato la coda della sua lunga chioma rossiccia. Aveva una capigliatura leonina, che le sfiorava la vita. Riccioli morbidi che le ricadevano lungo le spalle, voluminosi e soffici. «Quasi, quasi...».
«Non ti azzardare!», s'intromise Teresa. «Piuttosto tornerei bionda, visto che il tuo grande amore ha preferito andare per altri lidi», osservò acida. 
Sua sorella non aveva mai simpatizzato con Enzo.
«La vuoi smettere?». Paola la rimproverò aspramente. «Ma ti pare il caso?».
«Lasciala stare. Non le è mai piaciuta la tonalità tiziano dei miei capelli».
Scosse il capo, lasciando ondeggiare la fluente chioma che, con il dovuto impegno, regalava un effetto scenografico.
«C'è poco da scherzare, ragazze», commentò seriosa, mentre scrutava distrattamente il menù. «Oramai sono nuovamente sul mercato e devo darmi una mossa, per non restare zitella».
«Questa poi», sbottò Paola, ridendo. «Non siamo mica le protagoniste di una di quelle saghe che ti piacciono tanto?».
Giulia sollevò lo sguardo, infastidita.
«Ridi, ridi, ma quelle sono molto più fortunate di noi». Si voltò verso Teresa, con un sorriso conciliante. «Parlo per lei e me; tu oramai sei fuori piazza».
«Intendi dire che vorresti tornare alla metà dell'Ottocento e subire l'umiliazione di un matrimonio combinato?», le chiese divertita sua sorella.
«Per carità!», esclamò scandalizzata. «Le protagoniste dei romanzi rosa finiscono sempre per sposarsi per amore con un uomo ricco, spesso nobile e bello da paura».
«Un po' come il tuo datore di lavoro».
L'osservazione di Paola le fece andare l'acqua di traverso. Tossicchiò un paio di volte, affondando la bocca nel tovagliolo. Conoscendole avrebbe dovuto aspettarsi un affondo di questo tipo.
«Hai bisogno di aiuto?».
Il cameriere, che era venuto per le prenotazioni, si chinò premuroso.
«No, grazie, Massimo. Sto bene», lo rassicurò, oramai paonazza, cercando di riprendere fiato.
Appena si fu allontanato, Paola tornò all'attacco.
«Allora, com'è dal vivo?».
«Chi?», finse di non capire.
«Come chi?», s'intromise sua sorella. «Aaron Richardson e chi altri?». Si sporse verso di lei. «Perché saremmo qui, altrimenti?».
Giulia sollevò un sopracciglio.
«Per festeggiare il mio nuovo lavoro?». 
Vedendo che non demordevano, si arrese.
«Ok! Che volete sapere?», chiese sbuffando.
«È bello come appare in TV e sulle riviste?», indagò Paola, seguita a ruota da Teresa.
«E c'era anche la sua ultima fiamma?».
«Ma che programmi vedete e soprattutto cosa leggete?», scosse il capo, ridendo. «Ed io che ero convinta che fosse un vecchio di sessant'anni, con tanto di rassicurante pancetta».
«Aaron Richardson?».
Paola la guardava come se fosse scesa dalla luna.
«Vuoi dire che sei andata al colloquio senza informarti sul tuo datore di lavoro?».
Scandalizzata Teresa scuoteva il capo con disapprovazione, arricciando il naso piccolo e all'insù.
«Lo ammetto», alzò le mani, anche se cominciava a sentirsi a disagio. «Vittorio mi ha telefonato questa mattina e mi ha detto di presentarmi alle tre nella villa di questo Richardson, per un posto di segretaria...».
«No, tua sorella è un caso perso».
Paola rideva di gusto, guardando Teresa che, con aria complice, le dava corda.
«Sì e non si rende neppure conto della fortuna che le è capitata», rincarò l'altra.
Ora si scambiavano sguardi d'intesa e Giulia cominciava ad averne abbastanza.
«La volete smettere?», brontolò, mentre veniva servita una pizza fumante. «D'accordo ho sbagliato a non informarmi e sì, è decisamente più attraente di quanto immaginassi, ma è comunque un uomo sui quaranta...».
«Quaranta?».
Paola non riuscì a trattenere una nuova cascata di risate.
«Giulia, Richardson ha il doppio dei tuoi anni».
Sua sorella la guardò con una certa compassione.
«Volete dire che quell'uomo ha cinquant'anni?».
Incredula, lasciò in sospeso forchetta e coltello, passando da Paola a Teresa.
«A essere precise ne ha quarantanove», specificò Paola. «Anche se se li porta bene».
«In effetti», ammise, sentendosi gli occhi delle altre due puntati addosso, mentre si dedicava alla sua pietanza, sperando di sviare l'argomento.
«Sputa il rospo». 
Non mollarono entrambe, sporgendosi verso di lei, pronte anche a sottrarle il piatto, se necessario.
Sollevò il capo e con la bocca piena prese a masticare lentamente, mentre un sorriso divertito le si disegnava sulle labbra. Sapeva di esasperarle e si godeva l'espressione di attesa frustrata, che le divorava.
«Giulia!».
Teresa allungò una mano decisa a passare all'azione.
«Ok», sbottò, sistemandosi comodamente sulla sedia. «Ha un fisico da urlo e il volto di un angelo, ma sembra anche molto sicuro di sé e abituato al comando. Doti che non mi piacciono per niente in un uomo».
«Ah, no?», la sbeffeggiò Paola, rubandole un pezzo di pizza.
«No, a lei piacciono i tipi come Enzo, che dopo dieci anni di fidanzamento ti lasciano, perché hanno messo incinta la tua migliore amica, con cui si divertiva da almeno due anni, dobbiamo precisare», proruppe sua sorella furiosa.
«Teresa!», l'ammonì Paola senza esito, perché oramai era un treno in corsa e nessuno l'avrebbe più fermata, fino a quando non fosse riuscita a dire tutto quello che pensava. «E per la cronaca ora si sposano pure», aggiunse.
«Mi dispiace che te lo abbia detto così».
Paola le prese la mano, carezzandola come se fosse una bambina, ma lei abbassò lo sguardo senza proferire parola e tornò alla sua pizza.
«Scusa». Teresa era mortificata, e alzandosi le si avvicinò per abbracciarla. «Sono una stronza», riconobbe a disagio. Ora sembrava sul punto di piangere. «Non volevo ferirti». Rafforzò la stretta, farfugliando: «Solo che tu con gli uomini sei sempre stata pessima».
Giulia la sospinse leggermente, con uno strattone, vedendola ricadere sulla sedia.
«Stasera sei proprio carina. Grazie», sospirò rassegnata. 
Teresa era fatta così. Prendere o lasciare. O si faceva come diceva lei o si era costretti a subirne le conseguenze, nel caso andasse male.
Aggrottò la fronte, attendendo che si tranquillizzasse.
«Posso sapere a cosa ti riferisci?»
«Parlo di Vittorio. Il tuo compagno di classe», le spiegò soddisfatta, recuperando il solito tono e per coinvolgere anche Paola, che se ne stava in disparte, le spiegò: «Vittorio è quello che l'ha chiamata stamattina ed era innamorato perso di mia sorella, ma lei lo ha rifiutato, perché aveva appena iniziato a uscire con Enzo».
«È così insensato?», chiese Giulia rivolta all'amica, che sollevò le mani in segno di resa.
«Mai intromettersi nei litigi tra sorelle, ma visto com'è finita con Enzo...», scrollò le spalle. «Un pensierino su questo Vittorio lo farei».
«Ma se è sposato!», esclamò esasperata Giulia, scuotendo il capo.
Vittorio le era simpatico, ma non lo aveva mai visto come un possibile fidanzato.
«Allora non ti resta che sedurre Richardson», scherzò Paola, facendola ridere.
«Sì, come no?», commentò divertita. «L'imprenditore multimilionario e la segretaria pezzente».
«Degno di un romanzo rosa», notò Teresa un po' imbronciata, ma facile alla pace.
«Sì, certo, solo che nella realtà, diversamente dai romanzi, dopo che ti sei concessa, lui si stanca e perdi pure il posto di lavoro».
«Forse è vero», concordò, prima di esporle il suo punto di vista: «Ma vuoi mettere la soddisfazione di andare a letto con Aaron Richardson, dopo che il tuo fidanzato storico, decisamente nella media e senza un soldo, si è scopato la tua migliore amica?».
«Sempre diritta al punto», osservò Giulia contrariata, ma dopo aver riflettuto qualche istante, aggiunse: 
«Potrei mettere i manifesti o rivendermi la notizia alla stampa locale».
Fece l'occhiolino a Paola, che la ricambiò con un sorriso.
«Sì, così papà muore d'infarto», ribatté ridendo Teresa.
«Anche questo è da considerare», dovette ammettere e guardando Paola, le chiarì: «Nostro padre è un tradizionalista, ma di sinistra e l'idea che sua figlia intrattenga una relazione clandestina con il capo, che per lo più ha venticinque anni più della figlia, potrebbe essergli fatale, in effetti».
«Ma noi non glielo diciamo», le assicurò ridendo l'amica, con l'assenso di Teresa.
«Allora, se è così, farò di tutto per sedurlo», commentò di buon umore, tornando alla sua pizza.

Se ne volete sapere di più, iscrivetevi al gruppo Facebook Marianna Vidal e i suoi romanzi o, se preferite, acquistatelo in versione digitale o cartaceo su Amazon. Se siete abbonati a Kindle Unlimited o a Prime potrete leggerlo gratuitamente.