L'Illusione del Tramonto
Giungiamo oggi al terzo appuntamento con "L'onore di una rosa". Lady Evelina deve decidere se accettare o rifiutare il suo con il Capitano. Cosa farà? Scopriamolo insieme.
La giornata era trascorsa nel limbo soffocante degli obblighi sociali. Tra le visite concordate, il pranzo con la zia e la passeggiata pomeridiana. Ogni sorriso, ogni inchino, ogni assenso dato ai giovanotti in visita era costato a Evelina più del solito.
Sentiva la leggerezza della spensieratezza sfuggirle, sostituita da un’unica, bruciante impazienza. Quando lo avrebbe rivisto? Non passava istante senza che lei rivivesse quel sorriso sfacciato, il modo in cui il nastro di seta nera faticava a trattenere la scura chioma raccolta sulla nuca, o come lui chinasse il capo con un’eleganza che sfidava il rigore della sua uniforme. E la voce? Calda, autorevole, avvolgente. Senza considerare la fragranza di bergamotto e cedro che evocava nella sua mente terre lontane seducenti e bellissime che amava e odiava con la stessa consistenza.
«Sei strana oggi, Evie», osservò Kathrine, seduta nel salottino, dove si rifugiavano in attesa della cena, intenta a ricamare. «Hai l’aria di una condannata», aggiunse senza sollevare lo sguardo dall’arazzo.
«Sono solo stanca di sorrisi forzati e guanti bianchi», le assicurò, decidendosi ad abbandonare la finestra. Il vetro era ancora fresco per la pioggerellina caduta nelle ore precedenti. «Assecondare poi la stucchevole conversazione di Lord Graystone è particolarmente faticoso».
Un sorriso divertito fece capolino sulle labbra della sorella. «Soprattutto dopo aver avuto il piacere di intrattenersi in compagnia di un certo ufficiale…».
«Non so davvero a cosa ti riferisci», trasalì Evelina, rossa in viso, come se fosse stata colta nell’atto di trasgredire alle ferree regole della zia Jane.
«Invece credo che tu sappia perfettamente a cosa alludo», la smentì Kathrine più divertita che accusatrice. «E non posso contraddirti. Di più…». Si sporse verso di lei, con uno scintillio malizioso nello sguardo. «Ti ho invidiata».
«Perché mai», sedette al lato opposto del divano, scrutando l’amata sorella di sottecchi.
«Due balli interi, nella stessa sera, con l’uomo che ha fatto sospirare ogni fanciulla in sala, ti sembra poco? Benché… Non si parla d’altro nei salotti di Lady Melbourne. Sei stata sull’orlo di un annuncio pubblico».
Avrebbe trascorso la vita in compagnia di un certo ufficiale, ma Evelina conosceva bene le aspettative dei suoi familiari e di suo padre in particolare, così, torturandosi le mani in grembo, ricordò alla sorella: «Sai bene che, per quanto avvenente e affascinante sia, il capitano Ainsworth, è solo un figlio cadetto e nostro padre…».
Katrine perse ogni guizzo malizioso. Il volto si fece serio. Le labbra si serrarono. Annuì. «Non meno di un conte, per te».
Il bussare discreto alla porta la avvertì che Pruitt era salita, come concordato, per fornirle la scusa perfetta per uscire, senza destare troppe domande.
Attese che la giovane cameriera che l’accudiva da quando era poco più che una bambina, facesse il suo ingresso, rammentandole:
«Se desiderate che vi aiuti a prepararvi per l’appuntamento con Madame Dubois…».
«Oh Pruitt», balzò in piedi, fingendosi sorpresa dell’ora tarda. Lanciò un’occhiata al piccolo orologio smaltato che portava alla vita, per poi dirsi pronta a seguirla in camera per indossare qualcosa di consono.
«Non a quest’ora», esclamò sorpresa Katherine. Il ricamo riposto al suo fianco e lo sguardo rivolto al cielo che volgeva rapido al tramonto, dopo la pioggerellina delle ultime ore. «Rimandate a domani mattina».
Pruitt le lanciò un’occhiata speranzosa. Era l’unica, in quella casa, a conoscere la sua destinazione e, al pari degli altri, se avessero saputo, non approvava.
«Non posso», assicurò alla sorella, simulando un sospiro di rassegnazione. «Madame Dubois deve terminare di guarnire il corpetto del mio abito rosa per il teatro; senza quell’ultimo tocco di seta non si accorderebbe affatto con le mie nuove scarpine». Non permise alla sorella di replicare altro e si affrettò a seguire la cameriera, fuori dal salotto.
«Lady Evelina…», tentò la domestica. Ma le bastò un suo sguardo, affinché abbassasse il capo, decisa a risalire al piano di sopra.
Avevano poco meno di dieci minuti per organizzare quell’uscita. L’ultima cosa che desiderava era che il suo bel ufficiale pensasse che avesse mancato all’impegno.
Lasciarono il palazzo dei Montague in carrozza come se davvero fossero dirette dalla modista, ma al primo angolo chiesero di scendere per una passeggiata salutare. Appena lontane dagli occhi del cocchiere, si infilarono in un vicolo residenziale, che portava verso Arlington Street. Qui la cameriera le porse il mantello e il cappello che avrebbe celato in parte il suo rango.
«Milady, vi prego», le sussurrò Pruitt, all’ultimo tratto. Gli occhi lucidi e le mani strette intorno alla scatola con l’abito da modificare. La voce le tremava. «Lasciate che vi accompagni. Quel luogo non è sicuro. Al tramonto, poi… Domani mattina presto, porterò l’abito a Madame Dubois. Se vi accade qualcosa...».
«E va bene», sospirò Evelina con gentilezza ma, poi, ferma, gli occhi che brillavano di una risoluzione mai provata prima aggiunse: «Resterai a due alberi di distanza, Pruitt. Se vedi qualcuno, tossisci forte».
La cameriera parve voler replicare, ma poi abbassò lo sguardo. «Come desiderate».
Evelina le sfiorò il braccio con un sorriso carico di affetto. «Il Capitano Ainsworth è un uomo d’onore, Pruitt. Un ufficiale di Sua Maestà non permetterebbe mai che venga arrecata offesa alla mia reputazione o alla mia incolumità».
Gli occhi da cerbiatta della cameriera si sollevarono timidamente su di lei.
«Andrà tutto bene», le ripeté. «Lo vedo nel suo sguardo che posso affidargli la mia vita e il mio onore».
Riprese a camminare. La cameriera la seguì con un’aria preoccupata che contrastava con il sorriso emozionato sul viso di Evelina.
L’aria era fredda e secca, e il crepuscolo aveva addensato le ombre, quando giunse St. James’s Park. Evelina marciava spedita, un’eccitazione febbrile le scuoteva il petto. Non aveva mai disubbidito così apertamente a quanto le avevano insegnato, mai aveva messo a rischio con tanta consapevolezza il castello di carte della sua reputazione. Era la figlia di un marchese, nata per il decoro, ma in quel momento si sentiva solo una donna che correva verso la sua vera vita, il suo destino.
Quando superò gli alberi che circondavano la riva del Canale, lo vide.
Il capitano Ainsworth era lì, come al ballo del duca di Ravenscourt, autorevole e affascinante. Non in una sala da ballo rischiarata da centinaia di candele, bensì al limitare dell’acqua scura. La luce fioca del cielo morente scolpiva il suo profilo, rendendolo un’apparizione. Il suo sguardo era fisso su quello specchio d’acqua, e sembrava avvolto in un silenzio che il frastuono di Londra non osava penetrare.
L’emozione che la colpì non fu solo la gioia, ma una violenta ondata di appartenenza.
Si avvicinò lentamente. I suoi passi non facevano rumore sull’erba umida, e per qualche istante lo osservò. Sembrava più teso, più scuro che al ballo.
Il cappotto militare grigio era aperto sul petto, e i suoi capelli sembravano quasi neri nella penombra.
«Capitano Ainsworth», sussurrò, e il nome pronunciato a voce alta, in quel luogo proibito, le parve una bestemmia e una preghiera.
Ainsworth si voltò. L’espressione tesa si sciolse in qualcosa che le tolse il fiato, un sollievo crudo, affamato, che non si era mai concesso di mostrare. Fece un passo verso di lei, poi si fermò. La distanza tra loro si caricò di elettricità.
«Siete venuta», disse, la sua voce roca era quasi un’accusa. «Non avreste dovuto…».
Evelina ignorò il brivido di freddo che le attraversava le spalle e si avvicinò, il confine invisibile del decoro che la società aveva tracciato per lei.
«L’ho fatto, invece», rivendicò, con la stessa schiettezza. Sentiva il calore irradiarsi dal suo corpo. «E non me ne pento».
Ogni ombra sul volto dell’ufficiale regredì e un sorriso luminoso si fece spazio su quel viso che lasciava il segno nella mente e soprattutto nel cuore di nobildonne molto più navigate di lei.
«Oh, Lady Evelina! Quale prodigiosa magia ci ha colti la sera del ballo dai Ravenscourt». L’attirò contro di sé. «Non smetto di pensare a voi, ogni minuto del giorno».
Lei emise un sospiro. Detestava le menzogne e le pose studiate. Ancora una volta scelse di essere sincera. «Neanch’io», riconobbe.
Il magnetismo tra loro esplose non appena lei si trovò a pochi centimetri da lui. Le loro labbra si sfiorarono. Si cercarono, si schiusero e si accolsero in un bacio che Evelina aveva nel segreto della sua stanza tante volte immaginato. Non era il profumo di fiori o la cipria, ma l’odore pulito del vento, della terra umida, di quello acre del tabacco da fiuto e di viaggi che gli si attaccava alla pelle.
Quando si allontanarono, Edward sollevò una mano, la portò alla guancia di lei. Il contatto non fu gentile, fu fermo, come se avesse bisogno di verificare che lei fosse reale.
«Non sapete cosa state facendo», le sussurrò, i suoi occhi grigio-ambra così vicini che Evelina poté vedere un lampo di angoscia in loro. «Ed io non dovrei approfittarmi della vostra ingenuità…».
«Non lo dite». Gli adagiò una mano sulle labbra, con il cuore in tumulto. Mai avrebbe pensato di poter accettare un invito tanto sfacciato. Tanto meno avrebbe immaginato di potersi lasciare andare a un’effusione tanto scandalosa. Ma mai aveva sognato di poter essere più felice. «Sono dove ho sempre desiderato essere».
«Dite davvero?».
La voce del suo capitano era carica di emozione. Il viso arrossato, le labbra schiuse.
Edward le prese il palmo, portandoselo sotto il cappotto, all’altezza del cuore. Sorrise, allo stupore che si dipinse sul suo volto. «Credetemi… Fino all’altro giorno non avevo mai provato nulla di simile».
La sua confessione, così spogliata dalle consuete galanterie di facciata, la riempì di un orgoglio quasi doloroso. Quando lui la attirò a sé, Evelina non oppose resistenza, nonostante l’ingombro del pesante mantello di lana e la rigidità del bustino che le mozzava il respiro. Al nuovo bacio, si sollevò sulle punte cercando di annullare il confine tra loro; le sue dita, ancora guantate di fine pelle, si allacciarono al colletto rigido della divisa sfiorando il calore del suo collo. In quell’abbraccio che fondeva l’oro dei bottoni reggimentali alla seta del suo abito, si perse in sensazioni che nessuna lezione di decoro l’aveva preparata a dominare.
«Lady Evelina». Edward si ritrasse. Il buio era sceso sulla città e la notte accresceva il rigore del clima in quel posto. La bassa risata del capitano al suo capo adagiato sul suo petto, la riportò alla disdicevole consapevolezza che aveva perso la concezione del tempo.
«Devo andare», realizzò con sgomento. E istintivamente si aggrappò a quella divisa che lo allontanava da lei.
«Temo di sì», le confermò lui, carezzandole una gota. «Ma ci rivedremo… spero».
«Oh… certo», esclamò, emozionata. Ma bastò poco, perché ogni entusiasmo svanisse.
Non servì che parlasse. Lui lesse nel suo silenzio. Condivise la sua angoscia, che si rispecchiava nei suoi occhi e con ostinazione, rivendicò, con certezza che infondeva coraggio: «Sarò la vostra ombra. A qualunque evento mondano parteciperete, io ci sarò. E ogni occasione propizia per rivolgervi un cenno, un sospiro, un pensiero… Mi troverete ad attendervi».
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