L'Ultimo Valzer di Maggio

Nuovo appuntamento con Edward ed Evelina.

Il grande giorno è arrivato. Il nostro bel Capitano è prossimo alla partenza. Ma Evelina non è pronta a lasciarlo andare. Non senza un indimenticabile addio.

Capitolo 5


L’aria nel capanno era fredda e pungente, intrisa dell’odore acre del fieno secco e di quello più scuro della terra umida. Sotto ogni cosa, come una colpa che non voleva dissolversi, aleggiava il profumo intenso e inebriante dell’imprudenza.

La luce dell’alba filtrava a fatica tra le assi sconnesse del legno, ma a Edward bastava quel chiarore esitante per distinguere il volto di Evelina. Dormiva con la testa abbandonata sul suo petto, le labbra appena socchiuse, un ricciolo color rame che gli solleticava il collo a ogni respiro.

Si era svegliato molto prima di lei, con la realtà che gli si era stretta attorno alla gola come un cappio. Il torpore del piacere si era dissolto lasciando spazio a una consapevolezza brutale: aveva trasgredito ogni principio che si era imposto. Non si era limitato a concedersi un attimo di felicità; l’aveva trascinata con sé in una rovina che ora sentiva inevitabile.

Evelina gli aveva donato tutto, l’anima, il corpo, la fiducia, e lui non aveva nulla da offrirle in cambio se non una promessa fragile, sospesa sul filo incerto del suo ritorno.

Un suo minimo movimento bastò a destarla.

Evelina aprì gli occhi e lo guardò, e in quello sguardo azzurro c’era una felicità così pura da fargli male. Edward ebbe la certezza, improvvisa e feroce, che temeva di portarla con sé per sempre come ultimo ricordo.

«Edward», sussurrò. Il suo nome, sulle labbra di lei, suonò come un giuramento.

«Amore mio», rispose lui, con la voce ancora impastata di sonno e colpa. Le sollevò il mento con un dito e la baciò lentamente, imprimendo in quel gesto tutto ciò che non osava dire: un addio silenzioso, profondo, irrevocabile.

Evelina si tirò a sedere. La dolcezza del mattino lottava invano contro la compostezza che si stava imponendo sul suo volto. Gli abiti sgualciti, gettati in fretta sulle spalle, erano un monito brutale. «Devo andare».

«Lo so». Edward si alzò, le prese le mani e ne baciò i palmi, come a volerle imprimere una memoria che durasse. «L’alba è già passata. Non puoi rischiare che si accorgano che non hai dormito nel tuo letto». Le sorrise, ma nei suoi occhi si stese un velo di tristezza. «Ti prego… sii prudente».

Era cominciato come un gioco. Un’illusione di leggerezza, una sfida senza conseguenze. E invece si era innamorato. Per la prima volta, e per davvero.
Evelina non era come le altre. Era un animo che rispondeva al suo, un corpo che lo riconosceva, uno sguardo capace di leggergli il cuore prima ancora che lui stesso lo comprendesse.

Lei annuì, ma le lacrime le colmavano già gli occhi, silenziose. «Non voglio che tu vada».

«Devo». Edward le strinse le mani con fermezza, come se così potesse ancorarla a quella promessa. «Ma tu aspetterai le mie lettere. E seguirai le mie istruzioni. Io tornerò. Troverò il modo di tornare con un nome che tuo padre non potrà rifiutare». Inspirò a fondo. «Te lo giuro, Evelina. Ti sposerò. Devi solo resistere. E non commettere errori».

Evelina si aggrappò a lui in un ultimo abbraccio disperato, respirando il suo odore come si fa con qualcosa che si teme di perdere per sempre. «Sii prudente. Attento. Non posso sopportare l’idea di non rivederti».

Edward le incorniciò il volto con le mani, guardandola negli occhi. In quello sguardo c’erano la risoluzione che lo aveva conquistato e una paura che gli spezzava il respiro. «Ti amo. Ma ora vai». E, con uno sforzo che gli lacerò il petto, se la strappò di dosso.

La seguì con lo sguardo mentre spariva tra le ortensie e i cespugli di rose, un’ombra grigia che si dissolveva in mezzo al colore. Solo quando fu certo che si fosse allontanata, inspirò profondamente l’aria frizzante del mattino e tornò nel capanno, assicurandosi che non restasse alcuna traccia della loro imprudenza.

Non si accorse di quel fermaglio nascosto che scintillò tra i fili di paglia, colpito da un raggio di sole.

Con tale inconsapevolezza, si diresse verso la radura, imboccando i sentieri che avrebbero dovuto ricondurlo, inosservato, al cottage degli ospiti. Non fece in tempo.

Un lieve stridio di ghiaia lo inchiodò sul posto. Al limitare della siepe di lauro, là dove la luce dorata del sole fendeva le ultime ombre, stava Sothenburg. Il Conte, impeccabile nella sua redingote da caccia, lo osservava con un’espressione gelida e sprezzante. La sua postura, rigida e composta, non lasciava spazio a fraintendimenti: aveva visto tutto.

Il sangue si gelò nelle vene di Edward, ma non si mosse. Si ricompose, sistemandosi con dita nervose lo stock di seta bianca attorno al collo e abbottonando il gilet sotto l’uniforme sgualcita. Cercò di recuperare quel decoro che un ufficiale del Re non avrebbe mai dovuto smarrire.

«Capitano, che scena affascinante!». La voce del Conte era vellutata, intrisa di veleno. «Non avrei mai immaginato che la vostra maestria si estendesse fino ai capanni dei giardinieri». Fece una breve pausa, assaporando l’effetto. «Devo riconoscere la sconfitta. Siete riuscito là dove altri hanno fallito». Il suo sguardo scivolò verso i campi. «Lady Evelina non vi ha resistito. Un trionfo… su tutto il fronte».

Edward si fece avanti, arrestandosi però a debita distanza, il volto indurito. «Non traete conclusioni affrettate, milord. Quello che avete visto non è un trofeo, né l’esito di una sfida meschina».

«E cos’altro sarebbe, se non la rovina di una donna ingenua e sciocca?». Sothenburg tenne le mani dietro la schiena, osservandolo con aria di sufficienza.

Edward lo fissò dritto negli occhi, la mascella contratta per lo sforzo di non ricorrere alla violenza. Il suo tono si fece basso, vibrante. «Non osate infangare il suo nome».

«Oh, non ditemelo». Sothenburg accennò un sorriso sardonico. «Il capitano Ainsworth si è innamorato…». Lo scrutò dall’alto in basso, con disprezzo. «Peccato abbiate puntato troppo in alto. Il marchese di Montague non concederà mai la mano di sua figlia a un figlio cadetto. Neppure se scoprisse che ha passato la notte in vostra compagnia. Tra un paio di mesi, entro l’autunno, lei sposerà il primo damerino di città che incontrerà il favore del marchese».

Edward strinse la mascella. «Lei mi aspetterà. E voi, Sothenburg, non direte una parola di ciò che avete visto. Giuratelo».

Il Conte si ritrasse, come fosse stato punto da un pensiero fastidioso. «Perché dovrei? Considerate il mio silenzio un dono di nozze».

«Sono lieto di sentirvelo dire».

Sothenburg irrigidì la mascella. Lo fissò a lungo, in silenzio, come se stesse valutando una ritorsione. Poi arretrò di un passo, lasciandogli il passaggio.

Senza aggiungere altro, Edward si voltò e si affrettò lungo il sentiero. Il cuore batteva con la stessa cadenza della nave che lo attendeva. Aveva comprato il silenzio dell’unico testimone della loro follia, ma a un prezzo terribile.  Aveva affidato la speranza di Evelina nelle mani velenose di Sothenburg, il parente che più lo detestava.

 

 

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