Cieli di Piombo e Cuori di Ferro
Tempi duri attendono Evelina, ma la nostra protagonista ha una tempra forte. E il destino, pur se severo, non è crudele.
Due giorni senza sue notizie. Non era che l’inizio della lunga attesa di cui lei ed Edward avevano parlato per ore, avvinti l’uno all’altro, ma il suo capitano le mancava già più dell’aria. E la mondanità a cui era costretta, nella girandola di proposte di matrimonio da vagliare, non faceva altro che rendere più difficile il suo silenzio.
Avrebbe voluto gridare alla sua famiglia, ai suoi cugini, ai suoi zii e soprattutto a suo padre, che aveva già trovato la persona con cui voleva trascorrere la sua esistenza. Non le importava che non avesse un titolo, una rendita, un futuro brillante davanti a sé. Ciò che davvero le premeva era saperlo vivo, al sicuro, al suo fianco. Invece aveva dovuto lasciarlo andare. E ora il calore nella sala da ballo dei baroni di Sefton, soffocante, un miscuglio dolciastro di cera d’api, profumi costosi insieme e al respiro affannoso di centinaia di persone stipate sotto soffitti affrescati, le stringeva la gola e le premeva il petto, tanto da toglierle il respiro. Per Evelina, quella folla era diventata una macchia indistinta di colori pastello e volti di cui non ricordava più i nomi.
«Lady Evelina, mi concedereste l’onore di questo cotillon?». La voce del giovane Lord Sterling giunse alle sue orecchie come un ronzio fastidioso.
Evelina sollevò appena lo sguardo, un movimento meccanico che ormai eseguiva con la precisione di un automa. «Vi ringrazio, milord, ma temo che il calore mi abbia tolto le forze. Preferisco restare a osservare», rispose con un sorriso di cortesia che non le raggiungeva gli occhi.
Il visconte si inchinò, deluso, e si allontanò. Era il quarto rifiuto della serata. Presto uno dei suoi cugini le si sarebbe avvicinato per ricordarle che era lì per trovare marito. Tornò a fissare il vuoto, stringendo il ventaglio di seta tra le dita guantate finché le stecche d’avorio non parvero sul punto di spezzarsi. Mentre intorno a lei le debuttanti ridacchiavano e i gentiluomini sfoggiavano i loro titoli come trofei, la sua mente era altrove.
Immaginava la vastità dell’Atlantico, il fragore delle onde che si infrangevano contro il legno di una nave che portava con sé ogni sua speranza.
Dove sei adesso, Edward? si chiese con un fremito. Sei sotto un cielo di stelle che io non posso vedere? Ti ricordi ancora del profumo delle rose a Ravenscourt o l’odore della salsedine ha già cancellato ogni cosa?
Un’ondata improvvisa di nausea la colse alla sprovvista, costringendola a cercare l’appoggio di una colonna di marmo. Non era solo il caldo. Era un’inquietudine viscerale, un presagio che le faceva tremare le mani.
A migliaia di miglia di distanza, il vento ruggiva tra le sartie dell’Earl of Mornington con la forza di un titano. Sul ponte di coperta, il capitano Edward Ainsworth sentiva il peso della sua giubba scarlatta, così estranea a quel mondo di salsedine e legno. Come ufficiale di fanteria in viaggio verso il fronte, non era che un passeggero di alto rango, ma quella notte non sentiva il freddo.
Il mare era una distesa d’inchiostro scuro sotto la luna, ma nei suoi occhi brillava la luce di una certezza incrollabile.
Si sollevò il bavero del pesante greatcoat, sentendo la lana ruvida contro la mascella, e fissò l’orizzonte. Il rollio della nave, che per molti passeggeri era un tormento, per lui era il battito cardiaco di una nuova vita. Ogni ondata superata era un debito pagato al destino. Ma la sua mente non guardava la meta, immaginava il suo ritorno. Si vedeva scendere da una carrozza davanti alla dimora dei Montague, non più con la giubba scarlatta di un ufficiale senza patrimonio, ma con i gradi da Maggiore e il prestigio di chi è stato menzionato nei dispacci della Corona. Immaginava di camminare verso il Marchese con la schiena dritta e una borsa d’oro che pesava più dei pregiudizi di suo padre. «Sono qui per Lady Evelina», avrebbe detto con voce ferma. E lei sarebbe corsa verso di lui, libera finalmente da quella prigione di etichetta e doveri.
Edward sorrise al buio dell’oceano, un sorriso pieno di una giovinezza audace e sconsiderata. Sarebbe tornato e l’avrebbe sposata. Un’ombra si affacciò alla sua mente. Ogni entusiasmo scemò. Andava incontro a una sorte incerta. E se la prima volta che aveva affrontato quel viaggio i pensieri che appesantivano il suo bagaglio erano stati sua madre e i suoi fratelli, ora ne aveva di più gravi: l’onore di una rosa e una promessa da mantenere.
«Capitano Ainsworth, vi unite a noi per una mano di Whist? Il tavolo è pronto nella camera di poppa?». Il tenente Fraser, con la sua cadenza strascicata lo strappò ai suoi pensieri.
Si voltò a guardarlo. Rosso di capelli e con gli occhi di un azzurro acceso aveva un viso tempestato di lentiggini. Aveva pressappoco la sua età. E al suo pari si preparava a tornare agli orrori di un mondo che avrebbe potuto ucciderli o dare loro grande gloria.
Ancora una volta si aggrappò alla speranza: per Evelina avrebbe attraversato l’Inferno, tornando vittorioso.
Se non avete ancora varcato la soglia del Dorset, vi aspetto. Il racconto è disponibile gratuitamente per permettervi di assaggiare le atmosfere che ci accompagneranno in "Scacco al Duca".

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