Il Cristallo e la Tempesta
Capitolo 1 -L'onore di una rosa di Rossella D'Arcy
Londra, maggio 1790
Se qualcuno avesse osato dire a Lady Evelina St. John, la sera del suo diciannovesimo compleanno, che avrebbe barattato il proprio nome, la propria reputazione e forse persino l’anima per un debito d’onore contratto quella notte, lei avrebbe riso. Una risata argentina, limpida come cristallo appena urtato, prima di ordinare un altro sorbetto, certa, con l’incrollabile arroganza dei privilegiati, che il mondo fosse ancora disposto ai suoi piedi.
A poche settimane dal suo debutto, Evelina era l’epitome del successo mondano. Figlia del marchese di Montague, incarnava la grazia con una naturalezza quasi irritante. I capelli castani, caldi e screziati di riflessi ramati, catturavano la luce tremolante delle candele; gli occhi azzurri, vividi e attenti, tradivano un’intelligenza acuta quanto il pizzo che incorniciava il suo abito di seta bianca. Tutti sapevano quale destino l’attendesse: un grande matrimonio. Zii, cugini e parenti acquisiti, una piccola corte ossessionata dal decoro, vegliavano con zelo affinché non commettesse errori. La posta in gioco era alta: un duca, un conte, forse un visconte dal titolo antico. Mai meno.
E quale occasione migliore del gran ballo annuale offerto dal duca di Ravenscourt, anziano e volitivo, uomo capace di tenere in scacco mezza società londinese con il solo peso del suo favore?
Evelina, tuttavia, si curava poco di lui, e ancor meno dello sfarzo che la circondava. I lampadari di cristallo scintillavano sopra un mare ondeggiante di sete e broccati; le note dell’orchestra rimbalzavano sulle pareti dorate; decine di sguardi si posavano su di lei, carichi di aspettative e calcoli appena dissimulati. L’aria era densa, impregnata di essenze floreali e di cera calda, un calore soffocante che solo la ricchezza poteva permettersi di ignorare.
Evelina sapeva di essere bella. L’educazione impeccabile, il lignaggio antico e le prospettive future le concedevano il lusso della spensieratezza, quella di chi non sente ancora il tempo mordere alle caviglie. Che fossero pure i parenti ad affannarsi per strappare un sorriso a Sua Grazia.
Il suo sguardo, invece, cercava altro. Inseguiva luce, allegria, la promessa di qualcosa di più vivo dei sussurri matrimoniali che le scivolavano alle spalle. Era spigliata, forse troppo. I pretendenti le orbitavano attorno come pianeti attratti da un sole indulgente; molti erano già stati respinti con una cortesia tanto gentile quanto irrevocabile. Ora la osservavano ai margini della sala, con l’orgoglio ferito.
Il più offeso di tutti era il conte di Sothenburg. Le aveva chiesto la mano durante il ballo dei marchesi di Lindwood, al termine di una quadriglia. Evelina aveva accettato una breve passeggiata, il pretesto di un po' d’aria fresca, una benedizione dopo il frastuono e il calore della sala. Era tornata con il volto composto, ma gli occhi ancora increduli per l’ardore eccessivo che aveva dovuto arginare. Ora lui la fissava dal fondo della sala, il bordo della coppa di cristallo a celargli appena le labbra serrate. Lei non lo degnò di uno sguardo.
Avrebbe digerito il rifiuto, come un dolce andato di traverso. Evelina era ancora libera. E desiderosa di sentirsi tale.
Fu vicino al bordo della pista da ballo che lo vide. Colui che, in meno di un battito di ciglia, avrebbe incrinato ogni sua certezza.
Non aveva bisogno di presentazioni. L’aria attorno a lui sembrava diversa, più densa, come se la folla si piegasse inconsciamente al suo passaggio.
«Edward Ainsworth», le sussurrò sua sorella Kathrine, affiancandola. Il volto nascosto dietro il ventaglio, gli occhi verdi brillavano di un’eccitazione insolita. «Figlio cadetto di Lord William Henry Ainsworth, capitano di cavalleria».
«È tornato dalle Indie qualche mese fa», aggiunse Elizabeth, la loro cugina prediletta, con un sorriso complice che rendeva ogni commento più sapido. «Per riprendersi da una grave ferita alla spalla. E, purtroppo, vi farà presto ritorno». Un sospiro teatrale le sfuggì dalle labbra.
Evelina si accorse di sorridere appena, distratta, mentre lo sguardo tornava ostinatamente a quell’ufficiale in uniforme scarlatta, i pantaloni bianchi al ginocchio che mettevano in evidenza cosce solide, temprate. Attirava l’attenzione senza cercarla.
Suo malgrado, avvertì il resto della sala perdere consistenza. C’era qualcosa di magnetico in lui, nel modo in cui indossava la divisa, nei gesti misurati, nell’atteggiamento vigile di chi ha visto il mondo oltre i confini dorati di Londra. E soprattutto, nel modo in cui guardava.
Si voltò. I suoi occhi, chiari come un’alba d’inverno, incrociarono quelli di Evelina. Una frase si spense a mezz’aria, un gesto rimase incompiuto. Per un istante, lei ebbe la netta impressione che stesse per salutarla. Non lo fece. L’attenzione di lui fu reclamata dal conte di Sothenburg, che si era fatto avanti con un sorriso forzato.
Evelina si concesse il lusso di osservarlo meglio. Capelli neri come la pece, ostinatamente refrattari alla cipria di moda. Una figura elegante e solida, segnata dal sole e dalla guerra. E quegli occhi, grigio tempestoso, venati d’ambra, che sorridevano come se promettessero pericolo e una salutare dimenticanza delle buone maniere.
«Dicono non perda mai la testa per nessuna dama», mormorò Kathrine.
«Per fortuna», ridacchiò Elizabeth, agitando il ventaglio. «Per quanto irresistibile, Edward Ainsworth ha prospettive fin troppo modeste per essere ben accolto dalla nostra famiglia. Mai lo prenderebbero in considerazione per una di noi».
Le parole della cugina scivolarono sul fondo della mente di Evelina. I suoi occhi seguirono Edward mentre accoglieva nel gruppo proprio Sothenburg.
«Lo diresti che il Conte è cugino del cadetto?», osservò Kathrine, a mezza voce.
Elizabeth rise, ma fu subito richiamata dalla madre, già pronta a presentarle il figlio di un visconte.
Poco dopo anche Kathrine fu reclamata da un gentiluomo a cui aveva promesso un ballo.
Rimasta sola, Evelina rispose con un cenno a un saluto di circostanza, accettò una bevanda e si concesse un’altra, colpevole occhiata all’ufficiale.
Trattenne il fiato. Quelle iridi grigie incontrarono di nuovo il blu zaffiro delle sue. Per un istante, il frastuono dell’orchestra svanì, e il mondo si ridusse alla distanza che li separava.
Edward Ainsworth non aveva mai perso la testa per una donna. Fino a quell’istante. Lady Evelina St. John non aveva mai preso in considerazione l’idea della rovina. Fino a quella sera.
Edward sentì uno strattone alla manica, ma le parole di Sothenburg gli giunsero come un ronzio lontano, privo di forma. Il vuoto si era spalancato nell’istante esatto in cui i suoi occhi avevano incrociato quelli di Lady Evelina St. John.
Era bellissima, ma non di quella avvenenza composta e innocua che rassicura. In lei c’era una forza vitale che pizzi e sete faticavano a contenere, come se l’abito fosse un argine provvisorio. I suoi occhi, di un blu elettrico e privo di calcolo, lo avevano frugato con una sfrontatezza che, a Londra, poteva significare solo due cose: un’innocenza assoluta o un’intelligenza pericolosa.
Edward aveva trascorso gli ultimi anni nelle Indie, dove la morte non indossava parrucche incipriate e il rischio aveva un volto onesto. Tornato in licenza, ferito nel corpo e stanco nello spirito, osservava quella sala da ballo come un’esercitazione futile, una danza di marionette affannate dietro un titolo o un fazzoletto di terra. Lui non aveva nulla da offrire, se non il ricordo del sole crudele delle colonie e una vita che non sapeva più come addomesticare.
«Non fatevi illusioni, cugino». La voce di Sothenburg si insinuò di nuovo nel suo spazio. «Lady Evelina St. John è così altezzosa che nemmeno la vostra maestria potrebbe averne ragione. Una Montague… immaginate». Sothenburg sorrideva con un’ombra di veleno che non lo sorprese.
Tra loro non c’era mai stata simpatia. Fin dall’infanzia si erano trovati su fronti opposti, e con l’età della coscienza quell’antipatia aveva trovato solide fondamenta nel titolo, nel patrimonio, nel rango. Ma su tutto, Edward sapeva che il cugino non gli perdonava una cosa, che le dame preferissero lui, semplice cadetto, a un conte dal nome più solido.
Edward gli rivolse uno sguardo lento. Il volto di Sothenburg non era privo di una certa forza, ma il naso aquilino e i lineamenti duri lo allontanavano da un’avvenenza classica. Avrebbe potuto, però, compensare con il titolo e il patrimonio. Ma i modi arroganti e la scarsa diplomazia erano, da sempre, i suoi peggiori nemici. Non faticò a comprendere perché indugiasse tanto nel parlare della figlia del marchese di Montague. Voleva che la corteggiasse. E che fallisse, come lui.
«Non sfidatemi, cugino», rispose Edward con una calma, dietro cui si celava un guizzo, un interesse improvviso, insperato, dopo mesi di quiete forzata. «Per quanto non abbia alcuna intenzione di impelagarmi con una rosa tanto spinosa… potrei dimostrarvi che nessuna mi resiste».
Disse spinosa, ma pensò fatale. La scorse mentre si allontanava dalle cugine. Il profilo netto, un’ombra di grazia solitaria immersa nell’opulenza. Non gli sarebbe dispiaciuto… Anzi… gli sarebbe piaciuto, molto. Dopo tante avventure con dame annoiate, una conquista vera, potenzialmente letale.
Sothenburg rise. «Confidate troppo nel vostro fascino esotico. Potrebbe interessarsi a voi, ve lo concedo. Ma non fatevi illusioni». Il suo sorriso si fece compiaciuto. «Vi guarderebbe come una tigre portata dal Bengala o come un reperto curioso. Un passatempo per una serata noiosa. E questa volta, a perdere la ragione, potreste essere voi».
Quel sorriso sul volto del cugino cancellò ogni residuo di buonsenso. Non servì ricordarsi che tra due mesi sarebbe tornato a Calcutta, che il Duca, suo nonno, lo avrebbe convocato per redarguirlo, che l’irreprensibile condotta della primogenita dei Montague avrebbe attirato sul suo nome un’attenzione sgradita.
«Visto che la posta in gioco è così alta, cugino», mormorò Edward con un sorriso affilato, «non vorrete certo che il vostro campione fallisca per mancanza di un’introduzione. Presentatemi. O devo pensare che abbiate paura di vedermi trionfare dove voi avete fallito?».
Sothenburg trasalì, poi annuì, divertito. «Se riuscirete nel vostro intento, vi regalerò il migliore stallone della mia scuderia». Il conte gli tese la mano.
Edward esitò un istante, poi gliela strinse con una tale decisione che il patto parve suggellato nel marmo. «Sulla mia parola di gentiluomo, cugino: lo stallone sarà mio, o la mia sciabola sarà vostra».
Pochi istanti dopo, Edward si ritrovò davanti a lei.
L’orchestra attaccò una controdanza.
«Posso chiederle l’onore, milady?». La voce gli uscì roca.
Evelina non rispose subito. Lo fissò, e per la prima volta Edward vide qualcosa incrinare la sua maschera di perfezione… paura. La paura di chi avverte il terreno cedere sotto i piedi. Poi, con un cenno quasi impercettibile, posò la mano nella sua.
Furono subito trascinati nelle figure del ballo, una controdanza. Ogni sfiorarsi delle mani era una scossa breve, controllata a fatica.
«Capitano Ainsworth», mormorò lei dietro il ventaglio, gli occhi che scivolavano nervosi verso la zia, Lady Jane St. John. «Non credo sia opportuno che indugiate così vicino a me. La gente… osserva».
«La gente osserva sempre, milady», rispose lui, accorciando le distanze oltre quanto il decoro concedesse. Avvertì il profumo di lei, fiori d’arancio e pelle pulita. «È l’unica occupazione di chi non ha una vita propria. Ditemi di tacere, e lo farò. Ma non negatemi che anche voi stiate cercando un respiro d’aria in questa stanza soffocante».
Evelina deglutì; la compostezza vacillò per un istante. «Le vostre parole sono un azzardo, signore. I miei occhi vi dicono qualcosa di sgradito?».
«Mi rivelano che siete intrappolata», rispose piano. «Tra la ragione, che vorrebbe vedermi già in nave, e il cuore, che ha appena deciso di sfidare la sorte. Preferite davvero la menzogna di un matrimonio sicuro con un uomo che vi annoia alla verità di un istante con uno che sta per partire?».
Lei sorrise. Un sorriso breve, luminoso, che gli mozzò il fiato. «Lord Sothenburg ha già saggiato la mia onestà, capitano. E la verità è che preferirei mille volte un addio sincero a un eterno, tiepido inganno».
Fu un invito alla trasgressione di ogni logica, un disastro, impossibile da rifiutare. Edward notò il petto di lei alzarsi e abbassarsi con rapidità; Evelina sapeva che stavano camminando sul filo di un rasoio. La reputazione di una Montague non ammetteva passi falsi con ufficiali senza patrimonio.
«Allora sfidiamoli davvero», sussurrò, portando le labbra a un soffio dal suo orecchio. Il gesto fece voltare tre matrone e irrigidire il Conte in fondo alla sala. «Concedetemi il prossimo ballo. E, se avrete ancora coraggio… una passeggiata dove le candele non possono spiarci».
Evelina indietreggiò di mezzo passo. Gli occhi le si spalancarono; le nocche attorno al ventaglio divennero bianche. «Voi mi chiedete l’impossibile», mormorò.
Edward non si mosse. I suoi occhi grigio tempesta la inchiodarono, offrendole una scelta che bruciava. «Vi chiedo solo di essere voi stessa, milady. Per una notte».
Il silenzio tra loro parve dilatarsi sopra le note del violino. Poi lei inspirò, lentamente, e chiuse il ventaglio. Il rumore fu secco. Definitivo. «Solo un ballo, allora».
La pressione delle sue dita sulle sue fu lieve, ma inequivocabile, un assenso muto, disperato e assolutamente proibito.
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