Ravenscourt, Inghilterra, 1812Ogni sobbalzo della carrozza era un colpo allo stomaco. Lady Ashcombe stringeva il manicotto di ermellino e cercava di resistere all’odore di cuoio bagnato e di fango che le si attaccava addosso. Fuori, il Wiltshire era ancora inghiottito dalle ombre della notte, ma lei non vedeva nient’altro che la sagoma scura di Ravenscourt formarsi nella sua mente. Non si era mai sentita così nervosa, così vulnerabile. E doveva ancora affrontarlo.
Accanto a lei, la signora Pruitt, la sua fedele cameriera personale, sedeva in silenzio. Da decenni vegliava su Lady Ashcombe come un’ombra, custode di un tempo in cui l’amore aveva ancora il profumo dell’attesa e Ashcombe Manor non conosceva il peso del lutto.
«Spero che la vostra risolutezza vi sia di conforto, milady», sussurrò Pruitt, torcendosi il mantello. «La vostra salute è preziosa, e viaggiare a quest’ora della notte…».
Evelina non si voltò. I suoi occhi, fissi sul paesaggio che sfilava, erano determinati. «Certe ferite dolgono ancora, Pruitt. Tuttavia, lo sai bene, non ho molta scelta».
Fuori, lo scenario si faceva più selvaggio. Il bosco lungo le colline che portavano a Ravenscourt si chiudeva ora attorno alla strada. La dimora del Duca apparve d’improvviso alla curva del sentiero; sullo sfondo, scura, immobile, incastonata nella pietra e nel tempo. Le torri si stagliavano contro il cielo plumbeo, simili a dita nodose protese verso qualcosa d’invisibile. La facciata, avvolta nell’edera, conservava i resti di un’antica grandezza: archi acuti, stemmi scoloriti e finestre ad arco, quasi provenisse da un’epoca dimenticata.
Evelina chiuse gli occhi per un istante, mentre la carrozza rallentava. Una morsa silenziosa le comprimeva il petto. Era come se quell’uomo celasse in sé molte ombre. Si scrollò di dosso questa strana sensazione. Non la riguardava. Non più. Ogni sua fibra era tesa, determinata a ingoiare l’orgoglio per il bene della sua famiglia.
«Che Sua Grazia sia a Ravenscourt, è l’unica nostra speranza», disse Pruitt.
Evelina spostò lo sguardo sull’anziana donna, a cui era legata da affetto, e con un sorriso appena accennato nell’ombra dell’abitacolo, disse: «È lì. Ne ho avuto conferma da persone di fiducia».
«Milady…», gli occhi chiari e attenti della cameriera si sgranarono per qualche istante, poi brillò una luce di accettazione.
Evelina lesse il suo silenzio e le assicurò, con risoluta e sincera determinazione: «Non preoccuparti, Pruitt. Non sono più la sciocca di un tempo. Ogni mio interesse per il duca di Ravenscourt è legato alla questione che ben conosci».
Quindici minuti dopo, la vettura si fermò con uno strattone. La portiera si aprì con un cigolio greve e una folata di vento fece gemere il legno. Evelina scese senza esitazione, gli occhi fissi sull’ingresso principale. Sembrava più un sepolcro che un portone, e i due leoni di pietra, consumati dal tempo e ricoperti dal muschio, sembravano vegliarne i segreti.
Sollevò il battente con mano decisa e tre colpi secchi rimbombarono nella valle. Poi, seguì il silenzio. Solo il vento rispose, accarezzando le vetrate come dita su un pianoforte abbandonato. La porta, alla fine, si aprì.
«Mi duole informarvi, milady», disse il maggiordomo, rischiarato dalla fiamma tremolante di un candelabro a tre bracci, «che Sua Grazia non riceve visite. Soprattutto a quest’ora».
«Lo farà», la voce di Evelina, ferma, tagliò il silenzio. «Non sono qui per una visita. Sono qui per reclamare ciò che mi spetta».
L’uomo esitò, poi si fece da parte. Evelina entrò. Le sue scarpe sfioravano il marmo con un suono lieve, quasi rispettoso. La luce tremolante dei candelabri illuminava i ritratti che correvano lungo le pareti delle scale. Fu allora che una voce, dall’alto, spezzò l’incanto.
«Evelina?». In cima alla scalinata, avvolto in una vestaglia scura, c’era il duca di Ravenscourt.
Sembrava una statua: alto, possente, segnato dal tempo, ma non vinto. I capelli, un tempo neri, avevano ora sfumature argentee sulle tempie. I suoi occhi, del grigio spietato di un’alba che rischiara un campo di battaglia, si posarono su di lei con un’intensità che dalla sorpresa mutò in aperta ostilità in un battito di ciglia. Il silenzio calò tra loro. Poi, la voce roca del Duca le ricordò: «La figlia del marchese di Montague può essere accolta solo dal mio disprezzo, Lady Ashcombe».
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Nota dell'autrice: «Questo scontro notturno a Ravenscourt è solo l'inizio. Scacco al Duca arriverà a marzo, ma le radici di questa sfida affondano in un passato lontano. Spero che questo assaggio vi abbia incuriosito quanto ha emozionato me scriverlo. Vi aspetto tra le pagine de L'onore di una rosa per svelarvi il segreto di Evelina». — Rossella D’Arcy

